La Nuova Sardegna

Oristano

Una vita ai margini tra le baracche a due passi dal Tirso

di Michela Cuccu
Una vita ai margini tra le baracche a due passi dal Tirso

La vita nell’accampamento raccontata da chi lo abita Le leggi che regolano la convivenza e le speranze

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ORISTANO. Una schiera di casette di cartone, sorta poco più di due anni fa sull’argine del Tirso. È qui che vivono alcune famiglie rom, da quando vennero fatte sgomberare dai ruderi dell’ex cremeria che assieme ad altri senzatetto avevano trasformato in casa. È la miseria, l’unica cosa che abbonda in questo minuscolo condominio, certo abusivo, ma anche unico rifugio per questa gente che non ha nulla se non la propria vita.

Non c’è acqua corrente, niente energia elettrica. Eppure fra quelle casupole poverissime, per nulla diverse, se non nel numero, enormemente inferiore, da quelle che fino agli inizi degli anni Ottanta formavano le immense baraccopoli (abitate da italiani) che sorgevano alla periferia di Roma e raccontate da grandi registi come Ettore Scola e Pierpaolo Pasolini, vigono ordine e decoro a tratti quasi irreali, ma indispensabili per poter sopravvivere nel deserto, a due passi dalle luci dei centri commerciali e dalla strada che collega la città alle spiagge che d’estate, pullulano di turisti.

Gli ingressi delle baracche sono ben spazzati e con uno strato di ghiaia per evitare che vi entri il fango. Ordine anche all’interno delle casupole precarie, con pareti e tetti fatti con strati di fogli di cartone da imballaggi, ingegnosamente impermeabilizzati usando le buste per la raccolta della spazzatura condominiale, aperte e stese con cura. Ogni casetta ha la sua piccola cucina e la camera da letto. Qualcuno ha la radio e per farla funzionare la collega a una vecchia batteria per automobile, che serve anche per caricare i telefonini.

Alina, al mattino, quando gli altri del gruppo vanno in città a chiedere l’elemosina, resta al campo ad accudire le sue tre bambine. Mentre è intenta a rosolare della carne su un fornello dentro la minuscola cucina, con le pentole appese alla parete e tre vasi di gerani rosa all’ingresso, spiega che le bambine non frequentano la scuola «Perchè non hanno i documenti. Sono andati distrutti l’anno scorso in un incendio». Ma i documenti sono sicuramente l’ultima delle preoccupazioni in queste casette dove ogni mattina si stendono al sole le coperte dei letti, per asciugare l’umidità che in ogni stagione attraversa facilmente le pareti di cartone e vecchi e logori tappeti che sono gli unici pavimenti delle baracche.

L’organizzazione qui è una regola ferrea: l’acqua per bere e lavare si tiene nei bidoni, alcuni lasciati al sole «per scaldarsi». Persino i bambini tengono i loro pochi giocattoli in ordine. Il cane dell’accampamento, un cucciolo meticcio nero che fa le feste a chiunque si avvicini, ha persino il collarino contro le zecche. Fuori posto è invece la sterpaglia che cresce nei terreni vicino alle casupole. Ma quelle aree non sono degli inquilini di questo angolo dimenticato della periferia.

Alina sorride, è gentile, ma parla poco della sua vita precedente. Dice di avere 28 anni, di essere nata in Romania, dove un giorno, vorrebbe poter tornare. Si fa dubbiosa quando le si chiede se ha qualche desiderio per lei e la sua famiglia. Poi si illumina quando sente la parola casa: «Certo che la vorrei», dice, ma è solo un attimo, per ritornare nel silenzio dei suoi pensieri, di chi sa che avere una casa vera qui, è praticamente impossibile. Eppure questo posto, dove l’unica risorsa sono le elemosine per lei è l’America. «Qui la gente è gentile, ci aiuta», racconta. Concetto che chiarisce meglio Ion, che assieme a un altro gruppo di connazionali ha trovato ricovero in un fortino dall’altra parte del ponte e che domenica andrà dalla famiglia, in Romania. «Ma torno a Oristano: in Romania c’è troppa miseria, qui l’elemosina, qualcuno la fa ancora».

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