La ritirata dello Stato: i risparmi hanno un costo
Il percorso della “spending review” è cominciato da molto tempo Alla fine i cittadini rischieranno di trovarsi con servizi meno efficienti
ORISTANO. Nel 1974, quando Oristano divenne capoluogo di Provincia, la gente scese in piazza per festeggiare. C’erano tante speranze legate al quel risultato ottenuto anche grazie a una classe dirigente forte e presente nei centri di potere nazionale (responsabile anche di diverse scelte sbagliate, ma questo è un altro discorso).
Esattamente quaranta anni dopo nessuno si sognerebbe di scendere in strada per difendere la sopravvivenza di un ente che dai più viene visto come inutile e sacrificabile. Il referendum sulla soppressione delle Province diede esiti chiari anche qui, seppure (caso unico) non si raggiunse il quorum. Ma verrà probabilmente un momento in cui i cittadini oristanesi si renderanno conto di avere perso qualcosa in termini di accessibilità ai servizi. E il problema non riguarda solo la Provincia, che peraltro sta già da tempo mostrando i segni della difficoltà di un ente moribondo che non ha neppure le risorse per far fronte a impegni istituzionali. Il disimpegno dello Stato è cominciato da tempo. Dapprima nei piccoli centri del territorio e poi, via via, coinvolgendo in centri più importanti per arrivare al capoluogo.
Uffici postali. In principio furono gli uffici postali dei piccoli paesi. Erano una sorta di istituzione, soprattutto per un vasto popolo di pensionati. Poi, il piano di risanamento avviato con la simil-privatizzazione diede il via libera a una serie di tagli. E molti piccoli uffici sparirono.
Scuole. Stesso discorso: siccome il marketing è importante, anche per far digerire le cose più indigeste, al termine “soppressioni” si preferì “razionalizzazioni”.
Carabinieri. Erano un baluardo, il presidio del territorio, la presenza dello stato anche nei centri più remoti e dimenticati. Poi, piano piano, sono stati sostituiti da citofoni e segreterie telefoniche.
Banca d’Italia. Forse era un servizio che non interessava la grande massa dei cittadini, ma anche la chiusura delle sede oristanese della Banca d’Italia, avvenuta nel 2009, è stata un segnale del disimpegno dello Stato. È rimasta una sede importante e ingombrante. L’operazione della vendita della sede non è ancora andata a buon fine.
Camera di commercio. È l’ultimo grano (per ora) del lungo rosario di tagli, accorpamenti, soppressioni. La Camera di commercio rischia di chiudere o nella migliore delle ipotesi, di essere fortemente ridimensionata, perché si prevede già un taglio al bilancio che potrebbe arrivare al 50 per cento. Cosa succederà in realtà ancora non è ben chiaro. Né in capo a chi ricadranno le competenze eventualmente lasciate dall’ente, né dove finiranno i dipendenti. Al di là del compiacimento di chi vede nella chiusura di enti e sedi sempre e comunque un fatto positivo, alla prova dei fatti bisognerà vedere cosa comporterà per le imprese non avere più una sede locale a cui rivolgersi.
Provincia. È il nodo più importante da sciogliere. La fine delle Province sembra segnata. Quella di Oristano dovrebbe sparire l’anno prossimo, ma non c’è un percorso chiaro già tracciato. E si teme che alcune delle competenze che oggi sono in capo all’ente potrebbero subire le conseguenze di un vuoto di competenze. I primi contraccolpi già si sentono: difficoltà a mantenere la cura delle strade provinciali e degli istituti scolastici, tagli a alcune competenze in materia di protezione civile (da tempo ridotti all’osso i servizi di salvamento a mare, ad esempio), gli interventi di disinfestazione affidati a un’impresa esterna. Questi sono solo alcuni dei servizi che competono alla Provincia. C’è poi la questione dei dipendenti, che è ancora da chiarire.
Alla fine di tutte queste operazioni i costi per le casse pubbliche saranno ridotti, ma ci sarà comunque un prezzo da pagare.
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