Max Caria è a casa dopo l’impresa
ORISTANO. «Descrivere quest’emozione non è facile, a 8mila metri di altezza l’aria è poca, pensi a non cadere di sotto. Quel che è certo è che ce l’ho fatta». Max Caria è a casa, arrivato ieri all’aer...
ORISTANO. «Descrivere quest’emozione non è facile, a 8mila metri di altezza l’aria è poca, pensi a non cadere di sotto. Quel che è certo è che ce l’ho fatta». Max Caria è a casa, arrivato ieri all’aeroporto di Elmas dopo quasi tre mesi dall’altra parte del mondo, al confine tra Cina e Nepal, dove appena qualche giorno fa ha picchettato con la bandiera dei Quattro mori la vetta del monte Cho Oyu, altezza 8201 metri. Ad attenderlo in aeroporto i familiari e gli amici, un numeroso comitato di accoglienza dove in prima fila c’erano Claudia e Lorenzo, la moglie e il figlio dello scalatore. A loro aveva dedicato il raggiungimento della cima, «i miei amori, che mi hanno insegnato a volare» aveva aperto il messaggio sul suo diario di bordo virtuale. Ora lo attende la prossima sfida, il monte più alto del mondo e vetta cui è dedicata tutta la missione Progetto Everest, spedizione internazionale cui si è unito anche l’oristanese ex componidori. La scalata appena conclusa era propedeutica a quella finale, più complessa e che aveva bisogno di un passaggio preparatorio. L’impresa di Max Caria è iniziata ad agosto, quando è partito alla conquista della sua nuova montagna, la sesta in ordine di tempo. La sua bandiera dei Quattro mori aveva già svettato in Italia sopra il Monte Bianco, personale sogno nel cassetto, e il Cervino. Poi sui 5200 metri del Kenia, i 6mila metri sudamericani e l’ultima vetta era stata a luglio dell’anno scorso il Piklenin, alto ben 7184 metri.
Caterina Cossu
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