Tresnuraghes, rapina con delitto «Quel processo è da rifare»
La Cassazione ha annullato la sentenza di omicidio volontario per i due fratelli Carai di Orotelli Nel 2010 il pensionato Mario Serra era stato rapinato e poi abbandonato nella sua casa, dove morì
TRESNURAGHES. La prima sezione della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza per l’omicidio di cui rimase vittima, dopo una rapina, il pensionato di Tresnuraghes Mario Serra, di 74 anni. Serra, un invalido, venne aggredito il 30 ottobre del 2010 nella sua casa, rapinato di pochi spiccioli, legato e imbavagliato e lasciato a morire dopo ore di agonia. Per quella vicenda due fratelli di Orotelli, Francesco Lussorio e Fabio Carai, sono stati condannati a 30 anni: pena comminata dal giudice per le udienze preliminari del tribunale di Oristano, Francesco Alterio, confermata dalla Corte d’assise d’appello di Cagliari presieduta da Grazia Corradini. Colpevoli, per omicidio volontario, aggravato da motivi abbietti, tra i quali il fatto che la vittima, un anziano con difficoltà anche a deambulare, si trovasse in condizioni di minorata difesa.
E proprio su questo punto, sulla contestazione della volontarietà dell’omicidio, la prima sezione della Corte di Cassazione ha accolto la richiesta dei difensori dei fratelli Carai. Gli avvocati Pasquale Ramazzotti, Gianlugi Mastio e Caterina Cucca avevano proposto ricorso puntando alla riqualificazione del reato di omicidio, non volontario ma preterintenzionale. Una distinzione che, tradotta in termini di quantificazione di pena, può valere la metà. Differenza consistente, ampiamente argomentata dai difensori che attraverso i vari gradi di giudizio avevano particolarmente insistito sul vizio motivazionale.
Impossibile sapere al momento i contenuti precisi della decisione della Suprema corte. La Cassazione, che ha evidentemente ravvisato incongruenze rispetto alla qualificazione del reato e alle motivazioni della condanna, potrebbe anche averle evidenziate nel rinvio del fascicolo alla Corte d’Assise d’appello. Oppure, potrebbe semplicemente aver rimesso la questione alla valutazione dei giudici che erediteranno il caso. Il ricorso non riguardava invece il capo d’imputazione relativo alla rapina.
Contro i due fratelli Carai c’erano elementi probatori pesantissimi. Una traccia di Dna ritrovata in un lembo di guanto, e riconducibile a Francesco Lussorio Carai, e due impronte digitali, ritenute appartenenti a Fabio Carai. Due sigle che non hanno dato adito a interpretazioni differenti, un atto d’accusa che non ha lasciato spazio a dubbi sia per il giudice di primo grado che per il successivo processo d’appello. Contro l’ipotesi dell’omicidio volontario con dolo diretto, si erano battuti a lungo gli avvocati Ramazzotti, Mastio e Cucca: omicidio preterintenzionale. Ora la decisione della Cassazione apre la strada a una ricostruzione alternativa a quella finora costata una condanna a trent’anni di carcere per ciascuno degli imputati.
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