«Mai un accenno di scuse Io non posso perdonarlo»
Parla la mamma di Roberto Parrella, una delle tre vittime del 2011 Racconta la sua storia dopo la condanna all’ergastolo per Fabrizio Manca
ORISTANO. La sentenza ultima è stata scritta poco più di due mesi fa. Ma la giustizia restituisce qualcosa a chi ha perso tutto? È seduta, su una poltrona del soggiorno della sua casa di Cuccur ’e Portu a Santa Giusta. Lì, dove ogni mobile reca le foto del figlio perso nel più tragico fatto di cronaca nera che, a memoria d’uomo, abbia coinvolto famiglie oristanesi, Pina Tamponi, prova a cercare quel sollievo che non trova. Insegnante in pensione, è la mamma di Roberto Parrella, una delle tre vittime di quella che è stata ribattezzata come la strage di Villacidro.
Il 5 dicembre del 2011, Fabrizio Manca, imprenditore di Siamaggiore fa fuoco contro i suoi soci oristanesi Roberto e Andrea Cuccu, poi uccide a coltellate, Roberto Parrella (36 anni), il contabile della Logistica Alimentare. Il 26 marzo, la Corte di Cassazione ha decretato la condanna all’ergastolo per l’unico imputato, ma la vita di Pina Tamponi (ha chiesto cortesemente di non essere fotografata o ripresa, ndc) si è fermata il giorno dell’omicidio: «Una sentenza non cambia la vita. L’ergastolo era l’unica cosa che si meritasse, ma non mi ha ridato mio figlio. Chi ha commesso la strage sarà libero in ventisei anni, mentre io non ho più nemmeno mio marito: il dolore enorme l’ha fatto ammalare e mi ha portato via anche lui».
La mente torna a quell’assurdo 5 dicembre del 2011 e alle udienze dei vari gradi del processo: «Abbiamo saputo tutto dal Tg2 all’ora di pranzo. Mio marito Cesare si stava lavando le mani e io sentivo la notizia. Prima si parlava di Cagliari, poi hanno detto che il triplice omicidio era a Villacidro, ma non ho pensato potesse essere capitato qualcosa a Roberto. Quando ho sentito che i fratelli Cuccu erano stati ammazzati ho capito e ho subito detto a mio marito: “Il terzo è il nostro”». È allora che è iniziato il viaggio in auto verso Villacidro, un viaggio senza speranza perché dopo qualche chilometro arriva la telefonata di conferma. «Ho visto mio figlio sgozzato – racconta Pina Tamponi –. Gli ha tagliato la gola, gli ha spaccato il cuore. Roberto aveva le mani piene di sangue. Forse nemmeno chi ha figli può immaginare cosa si provi».
Perché, in fondo, tra tante morti possibili, quella è una che ancor più faticosamente si riesce ad accettare. Anzi, è impossibile farlo e «non riesco proprio a perdonare, non spetta a me farlo perché mi ha portato via tutte le cose più care che avevo e, da essere umano, non sono in grado di perdonare. Tanto più che proprio durante le udienze, non ha mai rivolto uno sguardo verso di noi. Non ha mai avuto il coraggio di accennare un gesto di scuse. Né lui, né i suoi familiari. Spero che, nei suoi pensieri, ritornino sempre i volti di quei tre ragazzi e di quello che ha fatto loro. Se realizzerà la portata del male che ha fatto, gli sarà impossibile vivere».
Allo stesso modo è, per una madre, è impossibile voltare pagina, perché «quel che è accaduto resta e non è vero che il tempo lenisce il dolore. Mi chieda come si vive da sola. Si vive male, gli amici sono una gran cosa ma non bastano. Quando si chiude la porta di casa arriva la tristezza più nera. Ci sono giornate pesantissime in cui ti senti sola e inutile».
E certamente non è la sola ad essere vittima due volte, perché ad aver perso i propri cari ci sono anche i familiari dei fratelli Roberto e Andrea Cuccu, coi quali Pina Tamponi ha sporadici contatti – non sente invece da tempo la vedova del figlio Roberto –. «Ogni tanto chiamo Marina, la ragazza di Sergio, il gemello di Andrea ucciso a Villacidro – prosegue –, ma non parliamo di quello che è successo. Io non conoscevo queste persone, Roberto aveva un bellissimo rapporto con loro, ma parlava poco del suo lavoro. È stato tutto improvviso, è stata una mazzata, una disgrazia enorme. Io non riesco a perdonare».
La ferita dell’anima è grande quanto quelle che hanno ucciso l’unico figlio «desiderato e amato». Quel figlio che ora riposa a Milis a fianco al padre e che ha lasciato il suo sorriso in tutte le foto poggiate sui mobili del soggiorno. Non basta, e nemmeno basta la giustizia che compie il suo percorso. «Restano i ricordi belli e meno belli di Roberto», poi la porta si chiude di nuovo.
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