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Delfino spiaggiato: annegato nelle reti

di Claudio Zoccheddu

CABRAS. Adesso le coincidenze sembrano davvero troppe. Difficile che il terzo delfino spiaggiato nelle ultime due settimane sia solo una vittima del lato oscuro di Madre Natura. Molto più probabile...

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CABRAS. Adesso le coincidenze sembrano davvero troppe. Difficile che il terzo delfino spiaggiato nelle ultime due settimane sia solo una vittima del lato oscuro di Madre Natura. Molto più probabile che i tre mammiferi, due stenelle e un tursiope, siano morti per cause che di naturale hanno poco o nulla. La corrente, domenica sera, ha depositato la carcassa di una stenella (mammifero della famiglia dei delfini) sulla spiaggia di San Giovanni di Sinis, nella zona in cui sono presenti le case.

Il copione è praticamente identico a quello di domenica 12 luglio, quando a finire sulla spiaggia di S’Archeddu ‘e sa canna era stato un cucciolo di tursiope. «Gli animali hanno più o meno le stesse dimensioni, tutti intorno al metro e mezzo, ma due erano esemplari adulti mentre uno era un cucciolo – spiega Giorgio Massaro, direttore dell’Area marina protetta del Sinis, – considerato che le carcasse esaminate dalla Asl non hanno manifestato sintomi riconducibili a un virus, è probabile che i tre delfini siano rimasti impigliati nelle reti da pesca e siano morti annegati».

La ricetta per fermare la moria dei piccoli mammiferi non è semplice. «Non possiamo certo chiedere ai pescatori di smettere di pescare – commenta ancora Giorgio Massaro –, ma possiamo invitarli a controllare le reti con più frequenza. Lavorerebbero meglio e si potrebbe evitare che altri delfini rimangano incastrati tra le maglie».

Un altro dettaglio nella singolare epidemia di delfini riguarda la provenienza della carcasse. «Domenica pomeriggio la stenella era stata segnalata davanti alla spiaggia di Funtana Meiga, dopo quaranta minuti era a San Giovanni. Questo dimostra come le correnti influiscano sugli spostamenti delle carcasse», ha concluso il direttore dell’Amp. Dunque, le reti in cui i delfini si impigliano potrebbero essere a centinaia di miglia dalla costa cabrarese, ma le carcasse, una volta liberate, arriverebbero comunque nel Sinis spinte delle correnti di maestrale che li adagiano sulle spiagge come accaduto negli ultimi due casi.

Claudio Zoccheddu

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