Il porticciolo a mezzo servizio
La struttura turistica bloccata dal mancato dragaggio del fondale, i danni all’economia della zona
ORISTANO. In una delle belle fotografie all’ingresso della palazzina di gestione del porticciolo turistico di Oristano, la didascalia recita: «La finestra d’ingresso nel Mediterraneo dalla costa occidentale». Peccato che questa finestra sia socchiusa, per non dire chiusa. A essere ottimisti, la visuale è ristretta a una cerchia limitata.
Il porto malato. Perchè il porticciolo turistico di Torregrande, 400 posti barca per diportisti e 140 per i pescatori, è malato. La sua malattia si chiama “imbonimento del canale di accesso”: per i non addetti ai lavori, semplicemente, il fondale si è insabbiato. È troppo basso, due metri appena. Questo significa che tutte le barche che pescano – cioè hanno la chiglia – oltre due metri sott’acqua, restano fuori. A scanso di equivoci, anche la Capitaneria di porto lo ha sancito con una ordinanza che ne vieta l’accesso. Da gennaio scorso.
La terapia. La cura si chiama dragaggio, ma il progetto per farlo giace ancora alla Regione. Fermo restando che non sono stati fatti nemmeno ancora i carotaggi: per sapere che tipo di sedimenti si andrà a tirare fuori. Fa la differenza, in termini di fondi che servono per i lavori. Ne erano stati stanziati 5 milioni e 200mila euro, sono andati temporaneamente persi ma poi la Regione li ha rimessi in ballo. Ma finora non se ne è utilizzato uno solo, di euro.
Le Marine Oristanesi. Il malato ha accusato i sintomi già dal 2010. Nell’ufficio di Giovanni Sulas, il presidente del Cda delle Marine Oristanesi, la società di Gestione, la carta batimetrica lascia poco spazio all’immaginazione. Il canale di accesso è evidenziato in rosso: lo sanno anche i bambini, con il rosso non si passa. Le parti – diciamo – sicure, sono in giallo. «Vede questo yacht? Lungo 32 metri. È il più grande che sia mai entrato in porto. Qualche giorno fa. A rischio e pericolo dei proprietari. Si sarebbero potuti insabbiare. Ma i motori potenti hanno scongiurato il pericolo». Sulas è al vertice delle Marine Oristanesi dal 2010. La società di gestione è costituita dal Comune – che lo ha nominato – all’86 per cento, dalle Marine (7 per cento), e dalla Sfirs, la finanziaria regionale, per un altro 7 per cento. Quote, quelle pubbliche, in dirittura d’arrivo: il Comune le dismetterà (ne parla in questa pagina l’assessore comunale al Bilancio Giuseppina Uda), la Sfirs dovrà fare lo stesso.
Le perdite. «A guardare bene i dati, abbiamo circa il 30 per cento dei diportisti di passaggio in meno, visto il problema del fondale», dice Sulas. Il fatto è che questo porticciolo è un piccolo gioiello. Ha quasi 25 anni e avrebbe bisogno di un intervento di sistemazione, ma i servizi, quelli non mancano. «Servizi di ormeggio, guardiania, acqua, luce, videosorveglianza, rifornitore. Ci sono i cantieri meccanici. Un bar, un ristorante. C’è persino un punto di sbarco per la pesca. Ce lo ha imposto la Asl. Anche se non si è mai visto un controllo», continua Sulas. Ma il fatto che questo porto, a metà strada tra Alghero e Carloforte, non sia accessibile a tutti, nell’ambiente dei lupi di mare, ormai è risaputo. E quindi in molti tirano dritto. «Non è una buona pubblicità», dice Sulas. Che ammette: «È anche vero che il bel tempo quest’anno ha tenuto potenziali utenti fuori, in mare». Sincerità per sincerità.
L’identikit. Non che i posti barca siano vuoti. Anzi. Ma Torregrande resta un porticciolo turistico formato familiare. 295 contratti annuali, 106 per barche a vela, di cui la stragrande maggioranza 80, entro i dieci metri, e 189 contratti a motore. Quasi tutti oristanesi o della zona. Perlopiù, barche che stanno entro i dieci metri: 161. I proprietari dei natanti sono in gran parte dipendenti: 109 , seguiti dai pensionati, 60, imprenditori, 92, e liberi professionisti: 32. «Ma guardi che “imprenditori” vuol dire anche artigiani, piccoli commercianti. E da tre anni le nostre tariffe sono invariate». Come dire: resiste lo zoccolo duro della passione. Una passione a fondo perduto, quella della barca. Amore per il mare fine a se stesso.
La gestione. Mandare avanti il porticcolo costa circa 600mila euro l’anno. «Soltanto al Demanio ne paghiamo 170mila euro». Il Comune, azionista all’86 per cento, versa la sua quota di competenza «E non ci ha messo mai null’altro», dice Sulas. Poi ci sono i costi di luce, dei dipendenti diretti, tre, gli otto dipendenti della società che gestisce i servizi, la Job and Project. Di recente il taglio e la riorganizzazione delle ore di servizio, che costavano alle Marine circa 170mila euro l’anno, ha portato a un risparmio di 50mila euro l’anno. Proprio la questione della società dei servizi è l’altra grana del porticciolo.
L’appalto ritirato. Il bando per il rinnovo dell’appalto, affidato alla Job and Project nel 2008, è stato confezionato dalle Marine Oristanesi. E poi ritirato dopo che il Comune ha sollevato presunti profili di incostituzionalità, legati alla mancata obbligatorietà, da parte dell’aggiudicatario, di assorbire gli otto dipendenti. «L’abbiamo rifatto, il bando. E trasmesso al Comune. Da mesi. Non ne abbiamo più saputo niente».
Il tasto dolente. Ma il cuore del problema resta il dragaggio. «Inutile andare a caccia dei finanziamenti per interventi di riqualificazione, se non si può entrare. Avremo un porticciolo moderno e scintillante, ma per pochi intimi». Le potenzialità economiche legate al turismo nautico che potrebbero riguardare il territorio possono attendere. La «porta aperta sul territorio», per ora, resta chiusa.
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