Sigilli all’ex laboratorio dell’Isola
L’area della Regione in via Olbia è abbandonata: una bomba ecologica di amianto e rifiuti pericolosi
ORISTANO. Via Olbia, sede dell’ex laboratorio di ceramica dell’Isola, l’istituto per la promozione dell’artigianato tipico della Sardegna. La bomba ecologica è ancora lì, ma da ieri mattina, il nastro bianco e rosso e il cartello con tanto di firma della polizia giudiziaria stanno a indicare che la succursale dell’immondezzaio in pieno quartiere del Sacro Cuore è al centro di un’inchiesta penale. Questo si porta con sé la conseguenza che il sito andrà bonificato quanto prima mettendo fine, oltre che a una vergogna dal punto di vista del decoro urbano, anche al ben più urgente problema igienico e sanitario che tiene in ostaggio da anni un intero isolato.
La storia è vecchia, perché l’Isola, Istituto sardo per l’organizzazione del lavoro artigiano diretta emanazione della Regione che si occupava di valorizzare le attività del settore, è defunta una decina di anni fa. Da quel momento tutte le sue strutture sono figlie di nessuno e si reggono in piedi sino a quando il tempo non avrà la meglio. Quella tra via Olbia e via La Maddalena non fa differenza e nel frattempo, oltre ad essere abbandonata, è stata scambiata per una discarica vecchio stile, un immondezzaio in cui gettare tutto quel che pare.
A fianco però ci sono case e persino un’attività commerciale. È da qui che cominciano gli sviluppi recenti della vicenda che solo per ora non hanno nomi iscritti sul registro degli indagati perché l’inchiesta per discarica abusiva coordinata dal pubblico ministero Andrea Chelo procede contro ignoti ed è agli albori. Succede tutto in queste ultime settimane, quando, dopo l’ennesima telefonata inutile agli uffici della Regione, proprietaria dello stabile e dello spiazzo accessibile attraverso le brecce che si sono aperte da tempo sui muri, il proprietario della casa confinante decide di cambiare destinatario della propria telefonata.
Compone il numero dell’Associazione ex esposti amianto, presieduta da Giampaolo Lilliu e da quel momento la vicenda ha una cassa di risonanza notevole sulla stampa e soprattutto c’è la segnalazione alla procura della Repubblica. Il caso finisce sotto l’esame della sezione di polizia giudiziaria del Corpo Forestale, che nelle scorse settimane, ha fatto l’indispensabile sopralluogo, messo assieme video e fotografie e raccolto alcuni campioni di materiale. C’era la necessità che le analisi di laboratorio certificassero che si trattava di amianto. L’esito non ha regalato sorprese e così la procura ha richiesto al giudice per le indagini preliminari, Annie Cecile Pinello, il sequestro dell’area che puntualmente è arrivato.
Ieri mattina gli agenti hanno apposto i sigilli all’intera proprietà e ora la Regione è costretta finalmente ad intervenire, porre fine allo scempio, ripristinare le condizioni di igiene e cancellare gli enormi rischi per la salute. Secondo una prima stima serviranno circa duecentomila euro che l’assessorato agli Enti locali dovrà tirare fuori quanto prima.
Oltre all’amianto c’è un’enorme quantità di rifiuti speciali e pericolosi: il ferro di vecchie automobili finite lì dentro chissà come, quello di vecchi macchinari che un tempo dovevano servire proprio al defunto laboratorio di ceramica. Poi ovviamente, va aggiunto il costante andirivieni di persone che per anni hanno scambiato il vecchio edificio e il suo cortile per una discarica. Così, tra erbacce e ratti da competizione, non mancano elettrodomestici inservibili, computer di altre ere informatiche e ogni categoria di rifiuto che possa uscire dalle case di chi ritiene sia troppo faticoso fare ancora qualche metro in auto e portare tutto gratuitamente all’ecocentro comunale.
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