Quando l’Africa è una scelta di vita
Il lavoro in Kenia dell’oristanese Matteo Tilocca tra progetti e cooperazione
ORISTANO. La sua Africa non è quella romantica dei libri di un secolo fa. I grandi esploratori o i pionieri emancipati sono ricordi di altri tempi. La sua Africa è solo un mondo diverso dal nostro, scoperto per la prima volta nel 2012, quando l’oristanese Matteo Tilocca, 28 anni, fa il suo primo viaggio tra i misteri di quel continente. Atterra in Kenia nell’ambito di un progetto per il turismo responsabile dell’Osvic e da allora l’Africa gli si è attaccata alla pelle sino a diventare la sua attuale casa, dalla quale andrà via solo al termine del prossimo progetto.
Al rientro in Sardegna dopo la prima esperienza è immediatamente scattata la scintilla di un amore, tanto che dal 2012 solo per brevi parentesi la vita di Matteo Tilocca è stata “sarda”. «Era un ambiente sociale diverso da quello in cui ho sempre vissuto – racconta – e ho voluto conoscerlo da vicino, anche per conoscere meglio me stesso. Quando sono tornato in Kenia ho partecipato con l’Osvic a un progetto di tre mesi per attività sportive legate al basket». Ma la voglia di non fermarsi ha vinto e così anche l’anno di servizio civile è trascorso all’Equatore da dove poi Matteo Tilocca non si è più allontanato se non per brevi periodi. «La mia attività prosegue ora con l’associazione Tepesna che svolge il suo lavoro nella zona Masai Mara, nel sud del Kenia. È un’area rurale dove inizialmente mi sono occupato dell’assistenza alle ragazze che non vogliono subire l’infibulazione, poi ho iniziato un progetto per l’accoglienza di ragazzi».
Detta così sembra semplice, ma il compito principale di chi lavora nei progetti di cooperazione è quello di far arrivare gli stranieri in quelle zone dimenticate dal turismo di massa. È il modo più diretto per trovare i finanziamenti per progetti, sportivi e non, e per attirare l’attenzione del mondo su una parte del continente africano dove si respira ancora un’aria di scarsa modernità. Ma non è detto che questo sia un difetto.
E infatti l’Africa di Matteo Tilocca è lontana dalle metropoli e dalle bidonville impossibili comunque da non vedere. «Le baraccopoli sono il nuovo fenomeno collegato all’inurbamento, ma la vita in Kenia, che è comunque un paese meno povero di altri, consente di cancellare lo stress a cui noi siamo ormai abituati».
Ma l’Africa, pur con tutti i fenomeni di modernizzazione, resta per ampi tratti lontana dagli stili di vita dei paesi industrializzati. Così, mentre vanno avanti i progetti per insegnare un mestiere come quello di forgiare dei gioielli dalle ossa degli animali o di recuperare i rifiuti per avviare la costruzione di pannelli solari e portare gratuitamente l’energia nelle zone rurali, c’è anche il tempo per passare cinque giorni con i Masai senza acqua nella savana. Uniche compagne di viaggio quattro capre.
«È lì che impari tecniche di respirazione particolari per evitare di diventare una preda per i leoni o che impari su come posizionarti rispetto al vento affinché gli elefanti non aggrediscano la carovana – prosegue nel racconto Matteo Tilocca –. È un’Africa diversa da Nairobi. È l’ultima tribù che conserva l’identità nilotica ed è quella che ha combattuto il colonialismo. Nairobi? Oggi in alcune parti è una città per metà europea e per metà cinese».
Ma l’Africa resta comunque una scelta di vita, un viaggio al contrario rispetto a quello che fanno migliaia di profughi in fuga. «Sceglierla vuol dire avere la possibilità di conoscere due facce del mondo, ma è anche quasi un modo per restituirle quello che non io, ma la mia società, ha preso – spiega –. È una terra dove ci sono ancora valori morali, poche divisioni, dignità e limpidezza anche nella povertà. E lì io sono comunque un bianco privilegiato che ha la ricchezza rubata a loro in passato».
E allora domani è già tempo di partire per far decollare i nuovi progetti tra turismo responsabile, archeologia, istruzione e basket. Perché quel gioco con la palla a spicchi e due canestri unisce il mondo regalando tante visioni di esso. Proprio come un viaggio dall’Europa all’Africa.
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