Editoria, la missione impossibile
In provincia resistono quattro aziende. Le difficoltà dopo i tagli ai finanziamenti pubblici
ORISTANO. Li potremmo definire “capitani coraggiosi”, proprio perché non si sono arresi e continuano ad andare avanti, pur fra difficoltà enormi. In tutta la provincia si contano sulle dita di una mano: due sono in città, una a Ghilarza, la quarta a Mogoro. Sono le piccole, ma sarebbe meglio dire piccolissime, case editrici dell'Oristanese.
Realtà imprenditoriali che vanno avanti, o almeno ci provano, malgrado la crisi che sulla cultura, in questo caso, il libro, si è abbattuta in misura pesantissima. Che non sia facile fare questo lavoro, pubblicare libri, soprattutto quando alle spalle non si hanno dei capitali, è storia nota. Le cose però sono andate sempre peggio, quando, alla crisi e il calo degli acquisti, si è aggiunto il taglio, consistente, dei finanziamenti pubblici, che, per l'editoria, sono sempre stati fondamentali.
Eccole le quattro testimonianze che fanno capire come e perché, malgrado tutto, in una realtà piccola e in forte crisi come la provincia di Oristano i libri si pubblicano ancora. «Bisogna crederci in questo lavoro e sentirsi legato in maniera indissolubile», dice Massimo Pulisci, titolare di S' Alvure, di Oristano. Oggi ha lui le redini dell'azienda fondata nel 1980 dal padre, ora in pensione. «Quando mi trovai ad occuparmi in prima persona dell'azienda, nel 2007, la situazione non era esattamente facile. C'erano 170mila euro di passivo e investimenti da completare. Perché se vuoi pubblicare, realizzare progetti editoriali di qualità, devi anche affrontare i costi della tecnologia. E investire sui tuoi dipendenti», racconta. Ma è proprio quando arriva a parlare dei suoi, ormai ex, collaboratori, Massimo Pulisci si rattrista. «Licenziare non è stato facile, soprattutto se quelle professionalità sono cresciute nella tua azienda», dice.
Già, perché adesso nel piccolo stabilimento di via Campanelli, dove i macchinari sono spesso fermi, è rimasta da solo, factotum nello stampare, impaginare, progettare prodotti che spiega «devono comunque mantenere un livello di qualità, dato che qui si fanno libri storici, d'arte, produzioni di livello».
La mazzata, racconta, è arrivata con i tagli dei finanziamenti pubblici. «Ora ottenerli è quasi impossibile», dice.
L'assenza di risorse pubbliche è un problema di tutti i suoi colleghi. C’è chi non ci conta. È il caso di Roberto Cau, titolare di Ep d'O, casa editrice nata nel 2000. «Noi facciamo un prodotto artigianale e con piccolissima tiratura - spiega - abbiamo economizzato in tutto e l'aver rinunciato ai passaggi della distribuzione, riusciamo a rientrare nelle spese». Poi però aggiunge: «In realtà siamo dei veri e propri “ciabattini del libro”, nel senso che ci occupiamo anche di rilegare i volumi. Insomma, siamo una realtà a se».
Iskra edizioni è un'altra realtà che non fa conto sui finanziamenti pubblici. Quindici anni fa, quattro soci «Appassionati bibliofili, si badi bene, nessuno di noi campa di questo lavoro», spiega uno dei titolari, Manlio Manca, mettono in piedi quella che definiscono «casa editrice pura: qui non si stampano i libri, ma si progettano».
Antonio Gramsci, arte e storia, sono i settori principali del catalogo di questa minuscola realtà con un solo dipendente. «Realizzare un libro costa fatica e impegno, ma anche danaro - dice Manca - però noi ci crediamo, forse siamo dei visionari, ma andiamo avanti».
Non ci sono solo libri nel panorama editoriale dell'Oristanese. Alla Ptm di Mogoro, hanno puntato anche sui periodici. «Certo, la cultura è un settore dal quale non ci si arricchisce, ma è sempre un investimento sul quale insistere - dice Claudio Pia, responsabile di un'azienda che, con cinque dipendenti, si occupa anche di produzioni tipografiche. Spiega che nel corso dell'ultimo anno e mezzo l'azienda ha puntato su un progetto, una rivista di musica e cultura «che solo ora, e con enorme fatica, sta dando risultati», dice. E sui finanziamenti pubblici, anche Pia conferma: «Ottenerli è già difficile, la burocrazia fa il resto. Però non ci arrendiamo».
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