La Nuova Sardegna

Oristano

Premiato il 98enne di Sorradile che fu prigioniero di Hitler e Stalin

di Michela Cuccu
Daniele Flore
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Daniele Flore

Commemorazioni del 4 Novembre a Oristano con la consegna della Medaglia della Liberazione: «Dovevo restare al fronte sei mesi, ho impiegato otto anni per ritornare a casa»

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ORISTANO. «Dovevo restare al fronte solo sei mesi, ho impiegato otto anni per ritornare a casa. Da uomo libero». Ha la lucidità di chi non può dimenticare, Daniele Flore, che a dispetto dei suoi 98 anni dimostra una memoria vivace come quella di un ragazzino.

Ieri mattina, mercoledì 4, nella Giornata dedicata ai Caduti in Guerra, ha ricevuto la Medaglia della Liberazione, istituita dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per coloro che, come i partigiani e gli internati militari, si sono distinti nella Resistenza e nella lotta per la Liberazione.

Daniele Flore, di Sorradile, miracolosamente scampato all’eccidio di Cefalonia e poi fatto prigioniero dai tedeschi e successivamente dai russi, quel riconoscimento lo ha più che meritato. Gli scappano le lacrime, quando ricorda la fucilazione degli oltre 6mila militari italiani sorpresi a Cefalonia, in Grecia, dall’Armistizio. Lui, sergente della 31° Compagnia Genio Artieri, in quel massacro racconta di aver perduto 42 compagni e l’ufficiale che li comandava.

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«Dopo l’armistizio combattemmo contro i tedeschi, ne uccisi tre – racconta –. La nostra resistenza durò poco, appena due giorni, poi, i nazisti, ci fecero prigionieri». Fu una prigionia lunga e tragica, per il giovane sergente, che venne prima deportato ad Atene e Salonicco e poi, in Bielorussia, a Borisov, in un lager nazista, dove rimase per un anno.

Poi, nel 1944, a seguito della controffensiva sovietica, il sergente Flore e i suoi compagni vengono liberati. Ma è una libertà aleatoria: dovrà infatti trascorrere altri due anni nei campi di prigionia russi, in Ucraina, a Leningrado, fino a sfiorare il trasferimento in Siberia. «Ero stato destinato a Caraganda - racconta – invece ci portarono a Baku, in Azerbaijgian e li, il 24 dicembre del 1945 arrivò per noi l’ordine di rimpatrio».

Daniele Flore ha un sussulto quando gli si chiede della prigionia. «Dei tedeschi ricordo tutta la crudeltà, ma non ne voglio parlare – dice –. I russi, invece, erano poveri, ma ci trattarono bene e con umanità». Racconta però della fame patita durante la prigionia: «I tedeschi – racconta – ci davano qualche patata e null’altro. I russi, poco riso condito con nulla».

Come tanti militari italiani finiti prigionieri, Daniele Flore dovette affrontare un lunghissimo viaggio prima di riuscire a ritornare in Sardegna. «Viaggiammo per mesi, in treno, attraverso i Balcani – racconta – poi finalmente la nave che mi riportò in Sardegna». Era l’aprile del 1946, quando, il sergente Flore riuscì a riabbracciare i suoi genitori che, non avendo mai ricevuto sue notizie («Era vietato scrivere a casa, per noi non c’era la Convenzione di Ginevra»), lo credevano morto.

Dopo il rientro, Daniele Flore si dedicò al lavoro dei campi e ad aspettare, come gli altri reduci della sfortunata Divisione Acqui, la sentenza della Giustizia militare che solo nel 2013 riconobbe le responsabilità degli ufficiali nazisti di quell’eccidio.

Da qualche anno Daniele Flore si è trasferito da Sorradile a Ghilarza, ospite di una casa di riposo. Ieri, dopo aver ricevuto la Medaglia della Liberazione, ha commentato: «La guerra è inutile e terribile. Serve solo a ucciderci fra fratelli».

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