Allevamento dei ricci ecocompatibile, la ricetta irlandese
CABRAS. Si chiama echinocoltura e potrebbe essere l’evoluzione della pesca del riccio di mare. Un futuro sostenibile, a bassissimo impatto ambientale e ad alto coefficiente di rendimento. Mentre...
CABRAS. Si chiama echinocoltura e potrebbe essere l’evoluzione della pesca del riccio di mare. Un futuro sostenibile, a bassissimo impatto ambientale e ad alto coefficiente di rendimento. Mentre infuriano le polemiche tra i ricciai e i rappresentanti del Comune e dell’Area marina, un gruppo di pescatori subacquei ha iniziato a percorrere strade alternative. La prima porta alla costituzione del Gies, sigla di “Gruppo d’interesse per l’echinocoltura in Sardegna” che ha già un presidente, Giacomo Bilancetta, e un vice, Nicola Castangia. I componenti della nuova associazione hanno deciso di importare nel Mediterraneo una metodologia di allevamento praticata nell’Atlantico dai pescatori irlandesi: «Qualche giorno fa eravamo a Bantry Bay, nella zona sud occidentale dell’Irlanda, per studiare un progetto di echinocoltura che vogliamo riproporre in Sardegna – ha spiegato Giacomo Bilancetta – questo viaggio è stato possibile grazie alla collaborazione con l’assessorato regionale all’Agricoltura, il Servizio pesca e l’agenzia Laore che hanno trovato i contatti e organizzato la visita». Una volta rientrati in Sardegna, i pescatori hanno mosso i primi passi: «Abbiamo coinvolto il Cnr di Torregrande perché i ricercatori saranno importantissimi per il nostro progetto. I primi riscontri sono stati ottimi», ha detto ancora Bilancetta. L’idea che dovrebbe essere messa in campo è semplice e mirata a risolvere i mali di un’attività di pesca criticata per il suo impatto sulla salute della specie. I ricci dovranno crescere in cattività, lontano dal mare nel primo periodo di vita per poi ritornare in acqua una volta maturi e pronti alla riproduzione. Gli echinodermi saranno chiusi in gabbie speciali realizzate sul modello di quelle irlandesi in cui saranno i gli stessi pescatori, affiancati dai ricercatori, a preoccuparsi di allevare i ricci anche dandogli da mangiare le alghe di cui hanno bisogno per crescere. Ovviamente, il procedimento è decisamente più complesso e delicato ma l’idea è quella di una sorta di acquacoltura dedicata ai ricci, un “vivaio” che verrà sfruttato da un’organizzazione di produttori (Op) che immetterà sul mercato un prodotto con garanzie di qualità e con un unico prezzo in tutta la Sardegna. Per arrivare a questo risultato, che favorirebbe la riduzione dello sforzo di pesca e la conservazione della risorsa, sarà necessario allestire almeno quattro stazioni sperimentali. Se gli effetti saranno quelli sperati, il futuro potrebbe sorridere ai 189 pescatori subacquei professionali della Sardegna che si troverebbero in mano la ricetta per rispettare il mare. (c.z.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
