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Sant’Antonio, ma si legge già Karrasegare

Sant’Antonio, ma si legge già Karrasegare

Bosa, via alle maschere nella notte tra il 16 e 17 gennaio: poi un mese di divertimenti tra Gigia e Giolzi

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BOSA. Aspettando la festa di Sant’Antonio, in città si ci si prepara per il tradizionale Karrasegare, che si apre nella notte tra il 16 e il 17 gennaio quando le prime maschere fanno la loro comparsa. Kermesse quella dalle maschere tipiche di Giogia Laldagiolu la settimana precedente il giovedì grasso (data ormai destinata alla sfilata delle scuole cittadine), con gran chiusura il Martis de Karrasegare al mattino con il nero di S’Attitidu e dall’imbrunire con il bianco di Giolzi, che segna uno degli appuntamenti maggiormente attesi, dai locali e dai turisti, tra le antiche mura medievali di Bosa. Nulla da inventare eppure sempre nuovo, il Carnevale di Bosa, celebre per la sua vena sarcastica, goliardica e avvolgente con gli ospiti, sarà quest’anno “basciu” (basso). Considerato che si chiuderà agli inizi della seconda settimana di febbraio. In attesa del programma definitivo degli eventi alcune date canoniche sono però già definite. Il 28 gennaio infatti trova spazio quest’anno Giogia Laldaggiolu, caratterizzata dalla ricerca de “Sa palte ‘e cantare”. Generi alimentari per i più grandicelli, dolci e caramelle per i più piccoli, donati ai singoli o gruppi che propongono “sas cantones” satiriche in giro per la città. Appuntamento che si perde nella notte dei tempi tornato in auge grazie all’impegno prima di un comitato e poi dell’associazione Karrasegare ‘Osincu. Giovedì 4 febbraio via libera a Giogia de Karrasegare, con la sfilata di carri e maschere curati da gruppi e classi delle scuole cittadine. Il 2016 potrebbe vedere il ritorno dei bambini e ragazzi delle scuole di Tresnuraghes. Qualche giorno di pausa ed il 6 febbraio la parte bassa di Sa Costa si rianima nel “Sabato delle cantine”. Con la domenica ed il lunedì solitamente destinati alle mascherate libere ed al teatro di strada. Clou della gioia il Martis de Karrasegare, quest’anno il 9 febbraio, con al mattino il rito di S’Attitidu. Le maschere, rigorosamente in nero, chiedono ai passanti “Unu tichiricheddu de latte (un goccio di latte)” per il bambino che muore di fame, abbandonato dalla madre snaturata persa nei bagordi del Carnevale. Allegoria del perpetuarsi della vita, della vittoria della vita sulla morte, condita abbondantemente da simboli sessuali. Occasione anche per raccontare magari qualche marachella dell’interlocutore di turno, abbondantemente coinvolto nella pantomima. Il tempo di respirare e dall’imbrunire il nero delle “prefiche” lascia spazio al bianco di “Giolzi.” La caccia al fantomatico re del carnevale, viene portata a segno da piccoli e grandi, con le più svariate forme di illuminazione possibile. Solitamente un lampioncino colorato per i bambini ed un cesto di canne con all’interno una candela accesa per gli adulti. Che, illuminando il baricentro di uomini e preferibilmente donne si stringono in caroselli scanditi da un plateale “Ciappadu, Ciappadu (trovato, trovato) Giolzi Moro”. Il tutto in un clima di partecipazione corale della popolazione, mascherati o meno. Perché nel Carnevale di Bosa, anche nelle più moderne manifestazioni, non prevede nessuna distanza tra maschere e spettatori.(al.fa.)

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