La Nuova Sardegna

Oristano

Il rito è come una liturgia: è la fede che guida la corsa

di Michela Cuccu

Il canonico della Cattedrale Antonino Zedda è il delegato di San Giuseppe «Privata dei contenuti religiosi, sarebbe solo una giostra di cavalli e cavalieri»

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ORISTANO. «Non chiamatela festa di Carnevale: la Sartiglia è un rito, sacro, dall’inizio alla fine, dal momento dell’investitura del capocorsa sino alla benedizione finale, su componidori, durante sa remada, benedice con sa pippia e’maiu tracciando in aria il segno della croce». Ci vuole un esperto del calibro di monsignor Antonino Zedda, per comprendere gli aspetti religiosi della Sartiglia. Canonico della Cattedrale, monsignor Zedda è delegato arcivescovile nel gremio dei falegnami di San Giuseppe (ruolo che invece, per il gremio dei contadini di San Giovanni è affidato al parroco dei Cappuccini, padre Franco): lo si potrebbe insomma definire come il responsabile e certificatore della sacralità di una manifestazione «che privata dei contenuti religiosi – dice – diverrebbe una mera giostra di cavalli e cavalieri».

Bisogna conoscere bene la vita dei gremi per capire quanto stretto sia il legame con la religione. «Certo si dirà che la Sartiglia è ciò che resta di un rito ancestrale, forse nuragico, legato alla fertilità, con il cavaliere che rappresenta il simbolo della fecondazione infilzando la stella con la spada e su stoccu – dice il canonico – del resto, anche i colori delle maschere dei due componidoris, scura color della terra e i nastri rossi, per la Sartiglia dei Contadini, chiara col nastro verde per i falegnami, sono indicatori dei legami con le fasi della natura. Però serve una lettura più profonda per conoscere e capire». Dunque si parte dai gremi, con i componenti che suggellano la propria fede fin dalle feste di San Giuseppe (il 19 marzo) e San Giovanni (21 giugno), partecipando alla messa.

«Ogni riunione dei gremi – aggiunge don Zedda – inizia con la preghiera». Fu più di mezzo millennio fa, quando il Canonico donò al gremio dei contadini su cungiau de sa Sartiglia perché si svolgesse il rito, dopo il 2 febbraio, giorno nel quale la Chiesa celebra la presentazione di Gesù al tempio.

«Altrettanto avviene oggi: in quel giorno, infatti, in chiesa, dunque nel tempio, su maiorali presenta su componidori – dice don Zedda –. Non a caso il cero, in chiesa, gli viene consegnato acceso, simbologia della luce della veglia pasquale».

Ci sono anche le formule sacre che i presidenti dei gremi pronunciano ai capicorsa «Santu Giuseppi t’assistada» e «Santu Giuanni t’accumpagidi», ovvero, che San Giuseppe ti assista e San Giovanni ti accompagni.

Fin qui l’investitura. Ma è il giorno della corsa che su componidori assume il suo ruolo sacro. Nessuno lo può toccare e soltanto le mani delicate e innocenti delle massaieddas «donne giovani, le cui mani delicate hanno fatto il pane, i dolci, il cucito – spiega don Zedda – possono vestirlo». Anche la confezione de sa pippia e’ maiu è un rito: un tempo si svolgeva con il sottofondo delle donne che recitavano il rosario. C’è poi l’aspetto più controverso, quello che assegna al componidori il ruolo di Dio per un giorno. «Forse esagerato per la Chiesa – dice il monsignore – ma se leggiamo la Bibbia, nel libro del Deuteronomio, troviamo Mosè che dice agli ebrei “non siete un popolo di schiavi ma di dei”. Insomma: l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio e il cavaliere che guida la Sartiglia, è valoroso, aperto, senza peccato e come ogni uomo, rappresenta il Signore sulla terra».

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