L’amore della città per la sua festa antidoto contro i rischi dell’effimero
È la passione degli oristanesi a salvaguardare la tradizione centenaria della giostra equestre Mutamenti e contaminazioni avvenuti negli anni non hanno cambiato l’essenza di un rito
ORISTANO. Avventurarsi nella ricostruzione storica, alla ricerca di un modello originale di Sartiglia, è attività che espone sempre al rischio di infortuni e contestazioni: cos’è tradizione? Cos’è l’autenticità e dove cominciano le contaminazioni? Il dibattito è sempre aperto ed è sempre più animato e ricco, mano a mano che la Sartiglia diventa ogni anno di più un evento globale, a cui tutti possono assistere (almeno on line), a Pau come a Sidney, a Sennori come a Boston. Basta un collegamento a internet, un computer o uno smartphone e le immagini scorrono fluide: la vestizione, poi la corsa alla stella, con i cavalieri lanciati al galoppo in via Duomo che tentano di infilzare il bersaglio con la spada. E poi ancora le pariglie acrobatiche in via Mazzini. Tutto a portata di click.
Ecco, quindi, che le voci nel dibattito si moltiplicano. Se prima, almeno sino agli anni ‘70, chi poteva discutere del carnevale oristanese, dei suoi riti e delle sue particolarità, era solo chi a Oristano c’era arrivato veramente e aveva aspettato ai bordi di via Duomo o di via Mazzini il passaggio di cavalli e cavalieri, ora che l’evento è disponibile per tutti, tutti possono osservare e ricordare e commentare.
L’origine della corsa è veramente della metà del 1500? E come era allora la Sartiglia? E le modificazioni che sono arrivate dopo, vanno intese come “contaminazioni” da respingere? E sino a che punto? Ciascuno ha delle opinioni differenti, ma su un aspetto è forse possibile trovare un accordo: pur con i cambiamenti che nel corso dei secoli hanno trasformato il volto della Sartiglia, la manifestazione del carnevale oristanese ha mantenuto immutate nel tempo le caratteristiche essenziali. E resistere all’effimero, in questo tempo di caotico buttar via per acquistare sempre qualcosa di nuovo, il valore della tradizione è ricchezza inestimabile che la comunità oristanese protegge in modo quasi automatico, quasi inconsapevole. Quasi eroico, visto ciò che succede nel mondo tutt’intorno, dove la velocità del cambiamento è repentina. Nel saggio “Vite di corsa: come salvarsi dalla tirannia dell’effimero”, il sociologo Zygmunt Bauman parla di come «ci sentiamo costretti a tornare ossessivamente al tema della memoria» perché «siamo trasportati da una civiltà della durata - e quindi dell’apprendimento e della memorizzazione - a una civiltà del transitorio, e quindi dell’oblio».
Non c’è traccia di questo nei processi che hanno portato dal 1500 a oggi la Sartiglia e tutto il patrimonio di tradizioni che l’accompagna: i custodi della memoria sono sì i Gremi, sono i cavalieri, ma si potrebbe dire che sono gli oristanesi stessi. E per capirlo basta osservarli mentre assistono alla Sartiglia, mentre discutono nelle scuderie, nei bar e, da qualche anno, sui socialnetwork. La passione e l’amore per il proprio passato, per la propria identità sono il migliore antidoto contro quella “tirannia dell’effimero” che equipara tutto a livello di “prodotto” da vendere. Attenzione, però, perché i rischi di una commercializzazione della tradizione sono sempre in agguato, anche se la Sartiglia ha dimostrato, nei secoli, di possedere nel proprio organismo, efficaci anticorpi.
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