Condannato per maltrattamenti
Santa Giusta, due anni e mezzo per le botte e gli insulti alla moglie e al figlio di lei
SANTA GIUSTA. Cinque anni di insulti, cinque anni di botte, cinque anni di inferno. Succede tra le mura di casa e solo la denuncia mette fine a tutto. Il processo poi decreta la condanna a due anni e mezzo di un uomo di 45 anni, il cui nome non viene pubblicato per tutelare l’identità delle vittime. Le mani e le parole di quell’uomo hanno avuto, dal 2005 al 2010 momento in cui si era verificato l’ultimo episodio di maltrattamenti in famiglia, due bersagli: la moglie e il figlio di quest’ultima avuto da una precedente relazione. Il bambino aveva meno di dieci anni, ma questo non l’ha salvato. Non solo ha dovuto assistere alle drammatiche scene in cui la madre veniva picchiata e insultata, ma egli stesso, più volte, sarebbe stato vittima delle ire del patrigno che forse mai aveva accettato il figlio di sua moglie. Nemmeno il fatto che la coppia aspettasse un nuovo bambino aveva convinto il coniuge a evitare certi comportamenti. Così anche la nuova gravidanza si trasformò in un incubo.
La denuncia divenne allora l’unica possibiltà. Per il pubblico ministero Paolo De Falco le pena sarebbe dovuta essere superiore a quella poi comminata dal giudice monocratico Francesco Mameli. L’accusa aveva infatti sollecitato tre anni e mezzo. La difesa, affidata agli avvocati Riccardo Crovi e Katia Ledda, ha invece battuto altre piste, ritenendo che non ci si trovasse di fronte al reato di maltrattamenti in famiglia, ma a due episodi isolati e quindi a reati meno gravi. Non è andata così e ora scatta anche il risarcimento danni: le vittime si erano costituite parte civile assistite dall’avvocato Graziella Aru. (e.c.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
