La sentenza è confermata: «È l’assassino del cognato»
Busachi, Domenico Fadda condannato a 18 anni per l’omicidio di Giovanni Cossu La Cassazione dà ragione ai giudici d’appello che ribaltarono il primo grado
BUSACHI. Va come in appello. Quel che era accaduto in primo grado è dimenticato assieme all’assoluzione – allora solo parziale – di Domenico Fadda, allevatore di Busachi di 56 anni. Da ieri, in maniera definitiva e al termine di un processo alquanto complicato, è un uomo colpevole di omicidio. Per l’esattezza dell’assassinio del cognato Giovanni Cossu, ex poliziotto del Caip ucciso a coltellate nella sua stanza da letto della casa di via Roma nell’ottobre del 2011. La mattina dopo, la moglie della vittima, Isabella Fadda, si impiccò dopo aver passato la notte a casa di un parente. La donna soffriva da tempo di depressione e, secondo le tesi dell’accusa, l’omicidio del marito sarebbe maturato proprio nell’ambito di questi disagi psichici sofferti dalla donna.
Per il procuratore generale della Corte di Cassazione, che ieri a Roma ha ripreso le ricostruzioni fatte in primo grado dal pubblico ministero oristanese Rossella Spano e dal procuratore generale della Corte d’Appello di Cagliari, Domenico Fadda sarebbe arrivato a casa della sorella mentre tra moglie e marito si svolgeva l’ennesima lite. Una lite frutto, probabilmente, dei fantasmi che abitavano la mente di Isabella Fadda e dell’incapacità di Giovanni Cossu di comprendere o accettare sino in fondo una situazione non certo semplice che andava avanti da tantissimi anni.
Così, quella sera di ottobre, Domenico Fadda avrebbe estratto dalla sua tasca un coltello col quale avrebbe colpito a morte il cognato. Forse non voleva ucciderlo, ma le ferite furono tali che dopo qualche minuto Giovanni Cossu morì dissanguato. Pochi istanti dopo Domenico Fadda lasciò la casa per darsi alla macchia, con una fuga che si sarebbe conclusa l’indomani con la sua costituzione alle forze dell’ordine. Per la procura generale ed evidentemente anche per la Corte, decisive sono state le dichiarazioni rilasciate da Isabella Fadda negli attimi successivi al delitto. Aveva immediatamente detto, seppure tra diverse contraddizioni, che nella sua casa c’era stata la lite tra il fratello e il marito e che questa era finita nel sangue. A pesare sono poi state alcune testimonianze, nelle quali si diceva che Domenico Fadda avesse con sé un coltello; la perizia ordinata dalla Corte d’appello per ricostruire i ruoli di ciascuna persona all’interno della scena del delitto; infine la fuga del sospettato.
Tutti punti che la difesa affidata agli avvocati Agostinangelo Marras, Raffaele Miscali e Giovanni Aricò ha contestato – le argomentazioni per esteso sono contenute nell’articolo in neretto –. Ma dopo quell’assoluzione in primo grado il processo ha preso una piega diversa. Sino alla condanna definitiva di ieri: diciotto anni.
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