Busachi, caso Fadda: mille in marcia per chiedere la grazia
Hanno sfilato contro la condanna per l’omicidio Congiu La nipote Antonella scrive al Papa perché si interessi al caso
INVIATO A BUSACHI. Il giallo è il colore della primavera di Busachi. I 350 drappi appesi alle finestre con la scritta «Domenico è innocente» ricordano molto in piccolo la Palermo di Falcone e Borsellino dilaniata dalla mafia. Lungo le strade del paese, strette e tortuose come quelle che possono portare fuori dal carcere Domenico Fadda, sfilano quasi mille persone. Ci sono quelli che a Busachi abitano; c’è qualche amico delle località vicine; c’è chi di Busachi è originario e ha fatto chilometri per essere lì a fianco agli altri.
Quegli “altri” sono gli amici di tutti i giorni di Domenico Fadda, l’allevatore condannato per l’omicidio del cognato Giovanni Cossu, tragico episodio chiuso col suicidio di Isabella Fadda, sorella del condannato e moglie della vittima. Ma da molti ritenuta come la vera mano dell’assassinio nato e, forse, compiuto all’ombra dei fantasmi della malattia psichica che la tormentava da anni.
Vittima, o meglio, vittime è un altro termine cruciale in questa storia che Busachi bolla come episodio di «giustizia ingiusta». Tra le persone che sfilano, accanto a uomini e donne più o meno giovani, accanto a bambini e bambine, accanto agli anziani c’è una ragazza. Si chiama Antonella, è in mezzo al gruppo, ma cerca di passare inosservata dietro le lenti degli occhiali da sole e i vestiti di tutti i giorni. A casa, non la sua che ha dovuto lasciare il 15 ottobre del 2015, ha riempito un foglio bianco di belle parole.
L’indirizzo del destinatario della lettera è quello di Papa Francesco, perché Antonella che di cognome fa Cossu è la figlia minore di Giovanni e di Isabella Fadda. È una delle due nipoti di Domenico che considera come un padre, anche ora che la Corte di Cassazione ha bollato come colpevole del delitto. Così, mentre il paese sfila per smuovere le coscienze e compiere un ulteriore passo verso la richiesta di grazia, lei si nasconde in mezzo a tutti gli altri nel cammino da piazza Italia sino alla chiesa di Sant’Antonio avendo salda dentro la sua testa una verità diversa da quella che hanno scritto le ultime due sentenze, dopo che in primo grado il processo si era chiuso con l’assoluzione.
Dopo un mese di iniziative, la marcia di ieri per gridare l’innocenza di Domenico Fadda ottiene anche il sostegno aperto delle autorità politiche. C’è il consigliere regionale Antonio Solinas, c’è il sindaco Giovanni Orrù «convinto come tutta Busachi che sia innocente. Sfilo per rappresentare la vicinanza e la solidarietà dell’amministrazione sperando in una revisione del processo o nella grazia. Domenico si è sacrificato per salvare la sorella».
C’è tanta gente comune come Antonietta Usai che dice: «Lo sappiamo innocente e speriamo che qualcuno gli ridia la libertà». Isabella e Giovanna Fadda sono cugine del condannato: «Era il punto di forza della famiglia, ha sempre cercato di salvarli e ha voluto lasciare la madre con le figlie». È il pensiero ricorrente ed è quello che esce dalle labbra di Antonio Flore, uno dei promotori delle iniziative per Domenico Fadda: «È stata una cosa spontanea e non ci fermeremo, dismostrando però che si può chiedere giustizia anche senza dover ricorrere ad azioni che facciano molto clamore». Non è uno spettacolo, è un cammino lungo e tortuoso. E forse senza meta.
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