Una vita con la toga, il decano del foro racconta la giustizia
I sessant’anni di professione dell’avvocato Elio Meloni Dai processi in corte d’Assise ai consigli per i più giovani
ORISTANO. Il vocione deciso non si ferma mai. Lo si sente anche fuori dall’aula con le porte chiuse. Sessant’anni di professione non hanno intaccato la verve dei primi processi, sostenuta dalla stessa memoria del 27 giugno 1952, giorno di tesi di laurea in giurisprudenza. Elio Meloni, l’avvocato Elio Meloni classe 1927 da Paulilatino, non perde una mattina. Lo studio, la scrivania, i faldoni, qualche foto, la testa sempre lì a pensare alla strada fatta e a quella che verrà. Tutte queste cose ovviamente non bastano senza il tribunale, magari non frequentato con la stessa assiduità di un tempo, ma sempre meta principe.
Di prime volte da raccontare ce ne sarebbero parecchie, ma l’inizio ha sempre un sapore speciale. La laurea ovviamente è solo una tappa verso la carriera partita qualche anno più tardi, nel gennaio del 1956, con l’esame da procuratore dato a Roma «durante i mesi in cui stavo svolgendo il servizio militare e senza poter aprire libro. Poi ho iniziato la pratica dagli avvocati Giuseppe Masala e Francesco Beccu», racconta uno dei volti di storia giudiziaria più importanti di Oristano.
Eppure l’inizio non è stato nel capoluogo di provincia che, peraltro, ancora tale non era. Elio Meloni racconta le sue avventure da giovane avvocato di belle speranze, prima ancora di diventare uno dei nomi più conosciuti del mondo penale sardo. Dallo studio in vico Tirso la prima strada imboccata portava alla pretura di Ghilarza: altra Sardegna, altri processi. Poi arriva il 1958 e la condanna di un assistito per un omicidio commesso a Macomer. «Fu la mia prima Corte d’Assise e, per quanto l’esito del processo non fu favorevole, si concluse con un complimento che ancora oggi è stato molto gradito e importante», ricorda Elio Meloni. La stretta di mano e il giudizio positivo arrivarono da Mario Berlinguer. Il nome dice già tutto.
Poi arrivarono altri processi per omicidi, ben tre nel 1958, quindi la stagione nera dei sequestri di persona irruppe sulla scena del crimine isolano e impegnò anche le giornate di Elio Meloni. Qualche caso lo portò fuori dalla Sardegna, come ad Arezzo per il sequestro Marelli o a Siena dove si trovò a difendere l’ex latitante di Paulilatino Tonino Soru, implicato nel rapimento Ostini.
A sessant’anni dall’esordio il suo studio resta un punto di osservazione particolare delle vicende oristanesi. Così, oltre a ricevere il premio speciale e gli onori che i colleghi del foro gli hanno tributato alcune settimane fa, arriva anche il momento in cui tirare le somme e raccontare come la professione di avvocato debba essere interpretata da chi ha migliaia di ore di udienze in meno: «Le mie difese si sono sempre mosse sul terreno del possibile e del ragionevole senza mai ricorrere a carte false – dice l’avvocato Elio Meloni –. Non ho mai dato spazio alle confidenze dei clienti, mi sono limitato a chiedere loro una versione dei fatti non fasulla».
Ma processo vuol dire tante cose e spesso significa anche stare dalla parte di chi è vittima di un reato. «Dal punto di vista morale, essere l’avvocato della parte civile richiede altrettanta correttezza – afferma –. È per questo che non ho mai sostenuto accuse verso qualcuno che non ritenevo responsabile, pur essendo io il difensore di chi chiedeva giustizia».
Di aneddoti da raccontare dopo sessant’anni di processi ce ne sono tantissimi così come di momenti belli e brutti. «Tra i primi metto la lealtà con cui qualche condannato mi riconobbe il merito di aver lavorato non da principiante anche quando di esperienza ne avevo poca – racconta –. Tra i secondi non posso non annoverare alcune sentenze pesanti contro imputati che probabilmente non erano colpevoli. È questo il momento in cui un avvocato deve maggiormente riflettere, perché c’è la necessità di capire se l’esito del processo sia frutto di una sua carenza o se invece abbia fatto tutto il possibile».
Lezione per i giovani avvocati verso i quali la raccomandazione è: «Studiare è la base di tutto, ma questo non basta. La capacità di intuizione e la comprensione delle vicende umane sono fondamentali». Perché la vita non è solo un’aula di tribunale.
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