L’Inps le nega l’indennità, farà lo sciopero della fame
Ghilarza, Roberta Pinna da ieri protesta di fronte alla sede dell’ente Non le fu riconosciuta la quota per la disoccupazione e ora non può fare ricorso
GHILARZA. Minaccia lo sciopero della fame e della sete se non avrà ciò che sostiene le sia dovuto. Per cinque anni Roberta Pinna ha reclamato l’indennità di disoccupazione per un lavoro dipendente svolto fino al 2010 e quando ha creduto che fossero stati finalmente rimossi gli ostacoli che le impedivano di accedere alle provvidenze, è stata trafitta da un rifiuto: «Sono scaduti i termini, non ha più diritto all’indennità di disoccupazione».
È la risposta ricevuta quando si è recata all’ufficio territoriale per reiterare la richiesta. A nulla sono valse le rimostranze: il diritto a usufruire di quei soldi è decaduto. La delusione e la rabbia hanno preso il sopravvento al punto da spingerla al sit-in di protesta davanti all’ufficio di via Gennargentu. Ieri Roberta Pinna ha trascorso ore davanti all’istituto previdenziale, un tempo sufficiente per prendere una decisione: «Se chi ha sbagliato non rimedierà ai suoi errori m’incatenerò davanti a questo edificio e smetterò di bere e di mangiare», ha minacciato al colmo dell’esasperazione.
Per sapere cos’ha scatenato la reazione di Roberta Pinna bisogna andare a ritroso di sei anni, quando la ragazza lavorava insieme alla madre alle dipendenze della sorella, titolare di un bar pizzeria a Ghilarza. Un giorno si presenta un ispettore dell’Inps che contesta alla proprietaria delle presunte incongruenze tra il rapporto di lavoro dichiarato e quello che effettivamente intercorre fra le tre donne. «Disconosceva il rapporto subordinato sostenendo che io e mia madre operassimo come collaboratrici familiari ma noi eravamo in regola», racconta la ragazza. La proprietaria del locale trascina l’Inps davanti al giudice del tribunale civile e nel frattempo, nel 2011, Roberta Pinna inoltra la richiesta del trattamento di disoccupazione. L’Inps respinge l’istanza sostenendo che la richiedente avesse «una qualifica diversa da quella di operaio, impiegato o quadro». Nella stessa lettera si prospetta anche la possibilità di fare ricorso entro novanta giorni e Roberta Pinna si precipita all’ufficio territoriale per chiedere spiegazioni. «Mi hanno risposto che era tutto sospeso perché c’era una causa in corso e finché non si fosse chiuso il procedimento e non fossero state accertate le mie mansioni non si poteva fare nulla», riferisce la trentasettenne di Abbasanta. Tre mesi fa il dibattimento si è chiuso con una sentenza che sconfessa il contenuto del verbale ispettivo e riconosce l’assolouta regolarità del rapporto di lavoro. «A quel punto ho chiesto il riesame dell’istanza di disoccupazione e mi sono sentita dire per la prima volta che avrei dovuto fare ricorso quand’era stata rigettata la domanda e che ormai erano scaduti i termini». Ora lancia un ultimatum: «Come potevo intentare un ricorso se mi è sempre stato detto che non si poteva fare fino al termine della causa? Se non si risolve denuncio l’Inps per truffa».
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