Ucciso dall’infarto mentre gioca a basket
Luca Porru era con gli amici sul campo tra il Mossa e il De Castro: 3 anni fa stop all’agonismo per una disfunzione cardiaca
ORISTANO. L’ultimo tiro somigliava tanto a uno scherzo. Di quelli che butti lì, verso il canestro, guardando dalla parte opposta. Gli amici di sempre con cui aveva appena concluso la partitella al campetto, l’hanno guardato crollare a terra e pensavano che dopo quel maldestro tentativo di segnare due punti, volesse davvero farsi beffe di loro. Invece no, Luca Porru, 22 anni da compiere a dicembre, aveva appena preso un’altra strada senza ritorno in quel campetto tra il liceo classico De Castro e l’istituto tecnico Mossa. Quel playground che era la sua seconda casa da quando i medici gli avevano imposto lo stop all’attività agonistica tre anni fa per una disfunzione cardiaca. È li, in quel campetto da sfide memorabili in cui ognuno sogna di diventare per un istante LeBron James, che Luca ha lasciato tutti dopo un inutile e disperato tentativo di strapparlo alla morte, durato quaranta minuti. Come una partita di basket.
Erano le sei del pomeriggio e respirava ancora quando gli amici e il fratello minore Andrea hanno iniziato a capire che il cuore, su cui aveva tatuato Michael Jordan, stava arrancando nell’ultima salita della sua vita senza vedere il traguardo. Un telefonino per chiamare il 118, gli altri amici a terra a tentare a turno una respirazione bocca a bocca e un massaggio cardiaco che mai avrebbero pensato di dover praticare. Mai e poi mai al loro grande amico. Erano in dieci, il numero perfetto. Tutti lì a far suonare il pallone sul terreno da gioco e sui ferri. A immaginare soltanto il rumore della fibra della retina bucata ad ogni canestro, perché lì i canestri non hanno una retina.
Poi quei dieci sono diventati di più. Tanti di più a tarda sera quando ormai c’era solo un lenzuolo bianco a coprire il corpo del ragazzo. Il padre Tonino, la mamma Antonella, il fratello Andrea e la fidanzata Eleonora, lì. Anche loro a terra, implorando una parola dal loro caro, sperando di riuscire a trasmettergli un piccolo fiato della loro vita.
Ma era tardi. Per mezzora e più gli operatori del 118, arrivati dopo pochi istanti dal vicino ospedale San Martino, hanno provato a svegliare quel cuore ormai fermo. Due scariche col defibrillatore non hanno ripetuto il miracolo di qualche giorno fa a Sa Rodia, quando un arresto cardiaco aveva colpito un calciatore del campionato amatori.
E allora, man mano che il campetto si riempiva di parenti, di amici, di ex compagni di squadra, allenatori e dirigenti dell’Azzurra, il suono fraterno del pallone che rimbalza si è perso in mille pensieri e mille lacrime assieme al respiro di Luca.
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