Oristano, Luca ha vinto l'ultima partita prima di morire
Gli amici raccontano la sfida finita in tragedia sul campetto da basket: «Ha segnato quattro triple, poi ha chiuso gli occhi»
ORISTANO. Ha vinto anche l’ultima partita prima di addormentarsi per sempre sul suo piccolo regno. Una dietro l’altra ha infilato quattro “triple”. Quattro tiri da tre per arrivare a 31, il numero magico del campetto tra il liceo classico e l’istituto tecnico Mossa.
È il punteggio che bisogna raggiungere per vincere le sfide all’americana sul playground oristanese. E Luca Porru lo ripeteva sempre a chi gli diceva di stare attento, di non sforzarsi troppo per via di quel cuore che faceva le bizze: «Se devo morire, voglio morire giocando». E magari vincendo, anche se quella che hai appena finito è una partita che non conta nulla.
Fermatelo un ragazzo di 21 anni. Provate a dirgli che non può fare sport, quando la sua anima sente solo quel richiamo. Impossibile. E così speri sempre che non accada, che vada come è andata le mille altre volte precedenti.
Inizi nuovamente a fidarti e a pensare che quel cuore sarà comunque forte. Invece no, giovedì era il giorno dell’ultimo canestro.
«Avevamo appena finito la prima partitella, quando mi ha chiesto il pallone e gliel’ho passato – racconta Simone Lopane, uno dei dieci amici presenti al campo –. Ha fatto quel tiro strano all’indietro, poi è andato giù». Il pallone che rimbalza, qualcuno che capisce e poi i soccorsi. Inutili.
«Stava bene, non ha dato alcun segno di stanchezza e del resto stavamo giocando da una ventina di minuti – dice Mattia Murru –. Mi sono girato un attimo e poi l’ho rivisto quando era già a terra».
«Respirava ancora quando provavano a rianimarlo – ricorda Andrea Spada, di fronte all’ingresso del cimitero dove è stata portata la salma –. Aveva battito, ogni volta le pulsazioni salivano a ottanta, ma appena gli operatori si fermavano un istante il cuore rallentava».
Rallentava, rallentava sino a quando si è fermato per sempre mentre il babbo Tonino, la mamma Antonella, il fratello Andrea e la fidanzata Eleonora gli si buttavano ai piedi in quello stesso punto da cui aveva tirato l’ultimo pallone dentro l’area dei tre secondi. Dove ora ci sono dei fiori.
Il pallone è rotolato via prima che gli venisse rimesso in mano sul lettino del cimitero. Lo porterà con sè nell’ultimo viaggio, assieme alle adorate scarpe da basket, alla canottiera dell’Azzurra, squadra nella quale aveva giocato sino a tre anni e mezzo fa quando era arrivato lo stop da parte dei medici per via di una cardiomiopatia ipertrofica.
Quel cuore gli aveva portato via il suo grande amore, giovedì gli ha portato via la vita. Stamattina, i tanti che sino a ieri hanno affollato la camera ardente in cimitero lo accompagneranno verso la chiesa di San Giuseppe, con una fermata: il palazzetto di Sa Rodia. «È la mia seconda casa», diceva sempre.
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