La Nuova Sardegna

Oristano

L’agricoltura cancella le disabilità

di Michela Cuccu
L’agricoltura cancella le disabilità

Al convegno regionale dedicato alle fattorie sociali il primato dell’Oristanese: duemila addetti

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SANTA GIUSTA. «C’è un solo modo per garantire dignità, indipendenza e possibilità di esprimersi alle persone: il lavoro. È il lavoro che chiediamo, non l’assistenza». Quando interviene Alfio Desogus, presidente regionale di Fish, la Federazione che riunisce le associazioni di portatori di disabilità, il pubblico è estremamente attento. Denuncia un problema, Desogus, ma traccia anche la soluzione: appunto il lavoro. La Sardegna, dove in genere ogni innovazione arriva in ritardo, in questo senso invece è all’avanguardia. È qui, nell’Oristanese che si è capito che era l’agricoltura il comparto dove il concetto di lavoro come caterpillar per ogni barriera poteva essere sviluppato. Primi in Italia a costituire le cooperative sociali (oggi più correttamente indicate come fattorie sociali, dove anche l’impresa singola può esservi coinvolta) negli anni Duemila primi in Europa, hanno adottato un piano Leader per questo tipo di iniziativa imprenditoriale. Anche nei “numeri” la Sardegna è da record: cento le aziende coinvolte con quasi duemila addetti, praticamente la metà del dato nazionale, con un totale di duemila aziende e 4500 lavoratori. Se n’è parlato ieri mattina a Santa Giusta, nella Fattoria Artistica e Sociale “La Hormiguita”, che fa capo alla Comunità Il Seme, nel corso del convegno regionale dedicato all’agricoltura sociale. Operatori del settore e politici si sono incontrati per discutere di quella che, sorta in Italia a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, sulla scia dei nuovi movimenti di opinione che portarono da una parte, giovani intellettuali a individuare l’agricoltura come settore di straordinaria crescita economica e sociale, dall’altra da quel movimento che voleva la chiusura dei manicomi dal quale scaturì la Legge Basaglia. Una storia raccontata da Alfonso Pascale, responsabile della rete nazionale delle Fattorie sociali e probabilmente fra i maggiori esperti di questa realtà. Autore del libro “Educarci all’agricoltura sociale”, Pascale è partito da un dato storico. «Mai nell’agricoltura, ci sono stati esclusi: chiunque ha sempre avuto ruolo e mansioni e soprattutto dignità. Il concetto di disabilità infatti, non nasce nella società agricola ma arriva con la rivoluzione industriale». Dunque, le fattorie sociali sono forse l’opportunità più percorribile per cancellare in una società le emarginazioni. In Sardegna questa strada è stata tracciata con successo. A Macomer, attraverso il Gal Marghine, sono dieci le aziende agricole che hanno intrapreso questi progetti. Se poi si allarga l’orizzonte anche al sistema carcerario, esistono progetti che vedono detenuti o persone in semi libertà impiegati anche nei cantieri archeologici. Sei le realtà di questo tipo che operano in Sardegna, è stato spiegato al convegno moderato dal consigliere regionale Mario Tendas , con la Comunità il Seme di Santa Giusta che ha dato lavoro a 399 persone. «Una realtà importantissima che la Regione segue con enorme attenzione», hanno detto l’assessore regionale alla Cultura, Claudia Firino e il presidente della Commissione Ambiente, Antonio Solinas.

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