Oristano, l'ex vicesindaco insegna l'italiano ai giovani profughi
Antonio Bellinzas è tra i dieci volontari impegnati nel progetto: «Impariamo a guardarli come persone, non come numeri»
ORISTANO. Una partita di calcio, in una spiaggia del Sinis, a inizio novembre. Un gruppo di ragazzi africani di fronte a un mare che stavolta appare amico, quasi complice.
«Sai Antonio, l'ultima volta che ho visto il mare stavo su un barcone, cercavo di venire qui e avevo paura. Oggi sono in questa spiaggia e sono sereno». Antonio Bellinzas ha conservato l'aspetto burbero e distaccato di quando era vicesindaco, ma è solo un bluff.
Le storie di questi ragazzi lo scuotono, gli tolgono la corazza: andato in pensione dopo anni alla guida del Centro servizi culturali, da un mese ha cominciato un'esperienza di volontariato con l'Osvic per l'insegnamento della lingua italiana, o almeno dei primi rudimenti, ai giovani migranti ospitati in alcune strutture dell'Oristanese.
«Durante tutta la mia vita, in politica e nel lavoro, sono riuscito a valutare le cose con distacco. Ma questa volta non riesco ad essere freddo e distaccato». Il mare tra l'Africa e l'Italia è lo stesso che bagna la costa oristanese, ma gli occhi di questi ragazzi lo vedono diverso. Con meno paure e più speranze.
Una cinquantina di ragazzi che arrivano dal Mali, dall'ex Guinea francese, dall'Egitto, approdati dalle parti di Cabras e ospitati in un agriturismo: «La loro vita è lì - racconta Antonio Bellinzas -. Per loro il massimo è arrivare a piedi a Cabras oppure a Torregrande da dove prendono l'autobus per Oristano. Non parlano una parola di italiano, ma ascoltando le loro storie ho capito una differenza fondamentale: non sono più dieci ragazzi africani. Sono dieci persone con un nome e un cognome».
Il salto di qualità che permette di uscire dai luoghi comuni, dalla sindrome dell'invasione: guardare negli occhi l'interlocutore e scoprire delle persone. «Solo con un approccio diretto capisci chi sono - dice Antonio
Bellinzas -. Mi rendo conto che non tutti quelli che arrivano possono essere così, che tra i tanti possano esserci anche dei delinquenti o persino dei terroristi. Io questo non lo so. Ma posso dire che i ragazzi che ho conosciuto io sono persone con una grande sensibilità, che potrebbero essere delle risorse per il nostro paese».
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Antonio Bellinzas collabora, insieme a altri volontari a un progetto dell'Osvic: «C'è un'equipe qualificata che lavora al progetto. Persone che hanno lavorato nel campo dell'insegnamento o in quello dell'assistenza. C'è anche un intervento di tipo statale, ma impiega solo un insegnante per 46 ragazzi». I volontari invece sono 10 e possono organizzare gli "studenti" in piccoli gruppi.
La divisione di base è tra anglofoni e francofoni, anche se qualcuno parla solamente arabo. «Sono motivati a imparare e si scoraggiano se falliscono. Un ragazzino a cui avevo dato una serie di esercizi, è scoppiato a piangere quando ho corretto i compiti e li ho trovati disastrosi».
Il messaggio di Antonio Bellinzas è semplice: «Abbiamo a che fare con delle persone, che hanno una sensibilità e un'educazione eccezionali. Ragazzi che chiedono il permesso di fumare anche quando sono all'aperto o che, dopo aver bevuto l'acqua, conservano la bottiglia vuota da San Giovanni sino all'alloggio».
Persone e non migranti o, peggio, clandestini. Persone che se gli chiedi il perché della fuga dal loro paese, rispondono: «Perché dove vivo io ci uccidiamo l'uno con l'altro».
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