I ricciai contro il blocco nell’Amp
Cabras, il ministero dell’Ambiente non consente l’ingresso nell’Area marina protetta. I pescatori propongono dei correttivi
CABRAS. Non si pescano i ricci nell’Area marina protetta Sinis-Mal di Ventre. O almeno, non fino a nuovo ordine, visto che per il momento il ministero dell’Ambiente ha imposto uno stop ai pescatori che ogni anno, da metà ottobre, sgranano il rosario dei dubbi: quando inizierà e quanto durerà la stagione di pesca? E quanto ricci si potranno pescare?
Lo scorso anno, dopo una lunga trattativa tra pescatori, amministratori locali e Amp, il calendario era stato fissato dal 15 dicembre al 24 marzo. I pescatori, almeno buona parte, avrebbero voluto anticipare la stagione al primo dicembre.
E ora siamo punto e a capo, anzi peggio. «Abbiamo suggerito di portare da 1000 a 700 il numero dei ricci che ciascun pescatore può prendere al giorno, e di vietarla ai pescatori sportivi». David Bichi fa parte dell’Unione pescatori subacquei. Una vita a mollo, tre, quattro ore al giorno per tirare su «massimo 700 ricci, davvero di più non è pensabile». Discorso diverso per i pescatori sportivi: per loro il limite è di 50 ricci al giorno, nei soli festivi. Le associazioni dei pescatori sono due, ieri il sindaco di Cabras Cristiano Carrus, che è anche presidente dell’Amp, con il direttore dell’Area Giorgio Massaro ha incontrato l’Unione pescatori subacquei che comprende una quarantina di ricciai. Per superare il blocco del ministero hanno idee chiare e formulato proposte precise. Alcuni dei pescatori hanno l’autorizzazione solo per l’Area, la pesca nella zona protetta è una risorsa aggiuntiva per compensare tutto quello che si perde durante il resto della stagione. E giustificare spese, investimenti. Come ad esempio il rinnovo di licenze, tra bolli e visite mediche (da sostenere a Cagliari) 250 euro l’anno. E attrezzature; i furgoni idonei al trasporto nei centri di trasformazione o spedizione. «Nell’incontro del 28 ottobre chiedevano l’apertura della pesca da Su Siccu fino a Capo San Marco, dove ci sono i campi di Posidonia. Lì il riccio assume una maturità precoce, ma non ha senso aprire la pesca oltre il mese di marzo, perchè la Posidonia cresce in modo smisurato, non si riesce più a vedere e a pescare», dice Bichi. Ecco perchè la richiesta iniziale era l’apertura anticipata della stagione, seguita da una chiusura anticipata.
Ma il ministero ha detto di no. Ufficialmente, il problema è che i dati di stock non si sono dimostrati buoni. Tradotto: la densità della popolazione di ricci non è alta. Ma i pescatori ufficiali non ci stanno a passare per quelli che depredano il mare. «Bisogna esercitare un controllo sugli abusivi. Le cronache sono piene di pescatori che vengono fermati perchè sono in zone di tutela totale, o perchè non hanno i permessi». Un vasetto con 70 grammi di ricci costa fino a 15 euro. Molto meno, se lo si compra dagli abusivi. «Vorremmo che uno di noi facesse parte della delegazione che andrà a parlare con il ministero. Solo chi entra in acqua è in grado di spiegare bene le cose», insiste Bichi. Per esempio, quanto sulla pesca influiscano fattori come le temperature dell’acqua, o la crescita della Posidonia.
«Dobbiamo sentire anche l’altra associazione, quindi faremo una sintesi delle proposte per presentarla al ministero», ha spiegato il sindaco Carrus. L’economia del riccio coinvolge centinaia di persone: ai ricciai si aggiungono i lavoratori dei centri di trasformazione, gli operai, le pescherie, i ristoranti. Ma l’asse portante di questo sistema sono i ricciai. Quelli che stanno a mollo e conoscono a menadito i fondali. Hanno suggerimenti fondati sull’esperienza. Chiedono di essere ascoltati.
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