La Nuova Sardegna

Oristano

«Lo Stato arretra, la Regione ci ignora»

di Roberto Petretto
«Lo Stato arretra, la Regione ci ignora»

Federica Tilocca, segretaria della Cisl: «Disoccupazione record: per una svolta è necessario uscire dai soliti schemi»

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ORISTANO. «In questo territorio non si parla più di sviluppo». A dirlo non è un parolaio appassionato della teoria, ma uno di quelli che l’ex presidente Berlusconi avrebbe chiamato “uomini del fare”: Ettore Giachino, imprenditore trapiantato nell’Oristanese e recentemente deluso dallo scioglimento del Consorzio Horse Country. Il sogno del turismo a cavallo attraverso la provincia è stato messo da parte, in un fallimentare connubio tra pubblico e privato. Uno dei tanti episodi di un territorio che continua a soffrire, a non mettere pienamente a frutto quelle potenzialità che tanti gli riconoscono.

Forse perché si continuano a ripetere antichi errori. «È necessario uscire dagli schemi soliti»: stavolta a parlare è Federica Tilocca, segretario territoriale della Cisl in procinto di trasferirsi a Cagliari per entrare a fare parte della segreteria regionale. Che quel dibattito sullo sviluppo vorrebbe rirprirlo, eccome.

Un tempo i sindacati, a fine anno, convocavano una conferenza stampa per fare il bilancio, illustrare problemi e prospettive. Vi siete stufati di ripetere sempre le stesse cose?

«La situazione è peggiorata rispetto al passato. Abbiamo il più alto tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile. Viviamo una situazione provinciale tragica che va inserita all’interno di una situazione regionale di per sé ugualmente tragica. E le prospettive future non sono rosee: il tasso di dispersione scolastica è altissimo, i diplomati sono il 26 per cento, i laureati appena il 7».

E lo Stato che fa?

Lo Stato arretra. La provincia di Oristano sembra essere diventata il terminale della spending review. Chiudono direzioni provinciale del lavoro e, di fatto, la Prefettura. Vanno via presidi dello Stato. Nei piccoli centri chiudono scuole, uffici postali, banche, caserme dei carabinieri. Sembra che qui abbiano fatto il record dei tagli».

Anche la Regione sembra poco presente nell’Oristanese...

«La Regione non è mai intervenuta, non si è mai confrontata con il territorio, con le parti sociali e con gli imprenditori. Cosa che invece ha fatto nelle altre province sarde. Restiamo sempre un territorio marginale».

Stato male, Regione peggio. E i privati?

«Tutta questa situazione deriva da un insieme di cose. Se manca il sostegno pubblico, si innestano nuovi handicap su quelli vecchi. Non servono finanziamenti a pioggia come nel passato, ma investimenti finalizzati. Certo, a volte la classe imprenditoriale locale ci ha messo del proprio, senza dare risposte adeguate alle potenzialità del territorio. Per questo, di fronte alla vicenda dell’acquisto della Sbs da parte di Bonifiche Ferraresi, io dico: perché no? Se i nuovi proprietari garantiscono la stabilità dell’occupazione, nuovi investimenti e prospettive di sviluppo, non ho problemi. A me interessa il lavoro e lo sviluppo economico».

Da anni sentiamo ripetere le stesse cose: puntare su agroalimentare, centralità, turismo. Eppure siamo quasi al punto di partenza.

«Purtroppo è vero, ma questo accade perché non si è costruito il puzzle globale dell’economia sarda. E la costruzione di quel puzzle passa necessariamente dalla valorizzazione delle risorse di Oristano, turismo, cultura e agroalimentare in primo luogo».

Ci crede ancora in queste possibilità?

«Basta guardare il salto di presenze che ha fatto Cabras grazie ai Giganti. Il nostro territorio è un museo a cielo aperto. Ma se non si radicalizza l’economia regionale, un territorio marginale non cresce. La crescita deve essere armonica in tutti i territori e la Regione deve puntare su qualcosa in cui l’Oristanese è forte, altrimenti questo territorio non emergerà mai. Se si continua a puntare sull’industria storica, è ovvio che Oristano non abbia nulla da mettere sul piatto».

Ci dice un paio di cosa da fare nel 2017? Cosa effettivamente realizzabili, però...

«Utilizzare appieno i fondi comunitari per le politiche attive del lavoro, in modo da inserire persone finora rimaste ai margini. E poi iniziare un nuovo ragionamento sul welfare, un welfare di tipo generativo. Nei giorni dopo l’alluvione del 2013 proposi di impiegare i lavoratori in disoccupazione in opere di ripristino. Sarebbe un modo per uscire dai soliti schemi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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