Oristano, vendita delle Torri: un grande pasticcio senza responsabili

La Corte dei Conti assolve l’ex dirigente Inpdap Pierleoni. Era stato chiamato a risarcire allo Stato 16 milioni di euro

ORISTANO. Il “pasticcio” legato alla vendita delle Torri della cittadella finanziaria di Oristano di via Dorando Pietri, successiva alla cartolarizzazione decisa dall’allora ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, non ha responsabili. Non sotto il profilo del danno all’erario. Questo, nonostante nella cessione fossero finiti tre edifici, la cosiddetta Torre A, Torre B e la piastra E di collegamento, acquistati dalla Fingest Real Estate Srl di Fedele Ragosta, al prezzo di uno: poco più di tre milioni di euro, la cifra utile – anche se molto al di sotto del prezzo di mercato – per la sola Torre B.

Lo ha stabilito la Corte dei Conti, sezione II giurisdizionale centrale di appello, che ha accolto il ricorso proposto dal dirigente regionale dell’Inpdap della Sardegna nel 2004, Piero Pierleoni, al vertice dell’Istituto proprio quando venne perfezionata la cessione. Pierleoni in primo grado era stato chiamato dalla Corte dei conti a risarcire l’erario di oltre 16 milioni di euro, da rifondere allo Stato assieme al rappresentante legale del Consorzio G6, Giampaolo Giuseppe Corsini. Il Consorzio G6 (che faceva capo all’avvocato napoletano Alfredo Romeo) era l’advisor, il braccio operativo della Scip Srl, Società per la cartolarizzazione degli immobili pubblici, fondata nel 2001 dal Governo allo scopo di fare cassa vendendo gli immobili dello Stato. E tra gli immobili da cartolarizzare, ossia da vendere, c’erano anche le tre Torri di Oristano: solo che, nel censimento dei beni da includere nella lista da mettere sul mercato nel Programma straordinario di cessione, delle tre Torri ne era finita (per errore?) soltanto una, quella B

Nel contratto di compravendita, stipulato tra il Consorzio G6 e la Fingest Real Estate Srl, comparivano invece tutte e tre le Torri; senza che quella A e la piastra E fossero mai state comprese nella cartoliarizzazione: in altri termini, lo Stato, attraverso il suo advisor, vendeva proprietà che non era legittimato a vendere. Di tutto questo, come ha rilevato la sentenza della Corte dei Conti, il direttore Pierleoni si era accorto: non a caso, aveva indirizzato una nota specifica alla responsabile dell’Ufficio Patrimonio e approvvigionamenti (dott.ssa Varsi), invitandola a predisporre una relazione da inviare alla Direzione generale per svolgere accertamenti, visto che qualcosa, in quel contratto che si riferiva inequivocabilmente a tutti e tre i corpi (Torre A, B, e piastra E) non tornava. Non solo; come è stato rilevato dai difensori di Pierleoni, gli avvocati Filippo Satta e Anna Romano del foro di Roma, il potere di controllo e di azione era posto in capo a un organismo centrale, la “Struttura di progetto investimenti gestione e dismissione del patrimonio immobiliare a reddito” cui erano state attribuite le competenze in tema di coordinamento delle attività connesse all’attuazione dei piani di dismissione del patrimonio immobiliare.

Insomma, Pierleoni, al quale attraverso i gradi di giudizio erano rimasti da rifondere “solo” un milione e 800 mila euro, come ha stabilito la Corte nella sentenza pubblicata il 16 dicembre scorso non aveva responsabilità, da ricercare evidentemente altrove, in soggetti comunque rimasti fuori dagli accertamenti erariali. Compreso il Consorzio G6: il contratto che lo rendeva il braccio operativo di una struttura dello Stato, la Scip srl, era di natura privatistica, e quindi fuori da pretese risarcitorie dell’erario. Per quanto riguarda le due Torri, A e piastra E, dopo la vendita(improprie), erano state affittate a uffici finanziari dello Stato. Quando si dice il paradosso. L’Inpdap, attraverso una sentenza, le ha riottenute.

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