Il sogno di una città cresciuta sulle mura dell’antica Tharros
L’esercizio teorico e stilistico di un giovane architetto Gabriele Pettinau: «Se Oristano fosse ancora là»
ORISTANO. Il dubbio, nella stesura di una articolo come questo, si presenta subito: la “data”, ovvero il nome della località che va all’inizio del pezzo, deve essere “Oristano” o “Tharros”? Perché un bell’esercizio intellettuale, urbanistico e grafico di cui questo articolo tratta si basa proprio sul legame tra queste due città. Su quello che sarebbe potuto essere e non è stato. Uno scambio, una sovrapposizione di luoghi e città.
Gabriele Pettinau, giovane architetto oristanese, nel blog “Repubblica d’Arborea” si è esercitato su una ipotesi: “Se Oristano fosse ancora là”. Dove per “là” si intende la Penisola de Sinis, Tharros. «Continuo a immaginare come sarebbe stata un’Oristano ipotetica, adagiata su una penisola a guardia del golfo, con un altro nome e con le mura di arenaria bagnate dal maestrale - scrive Pettinau -. Delle ipotetiche piazza Cattedrale e piazza Manno rivolte verso Mare Morto».
Non è solo un volo di fantasia: tutto si può vedere negli eloquenti disegni Gabriele Pettinau: «La discesa dalla torre spagnola che immette direttamente in Via Dritta, mentre Portixedda fa la guardia verso Capo San Marco. Piazza Roma è libera su due lati. Stavolta il Sotico fronteggia rispettosamente la torre di Mariano; dietro la sua mole si sviluppa la periferia, con i palazzi finanziari, le torri a fungo e alcuni monumenti religiosi come San Martino e San Sebastiano. Le ultime propaggini della capitale sfumano verso capo Manno. Come un collegamento extra dimensionale, la chiesa bizantina di San Giovanni rimane allo stesso posto, testimone di una città che sarebbe stata bellissima».
Tutto si vede nell’illustrazione del giovane architetto: Mare Morto che diventa porto, con le barche ormeggiate sui molti, protette dal vento dominante, le viuzze strette della parte vecchia, quelle più squadrate e ampie della periferia moderna.
Un sogno di grandezza e bellezza, un “come saremmo stati” che scatena l’immaginazione e lascia qualche rimpianto.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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