La Nuova Sardegna

Oristano

Vite da precari sull’abisso della povertà

di Michela Cuccu
Vite da precari sull’abisso della povertà

Le storie al convegno Cgil che avvia in provincia la campagna nazionale a sostegno dei referendum su voucher e appalti

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ORISTANO. Maria è sposata. Da quando il marito ha perduto il lavoro in casa non ci sono nemmeno i soldi per acquistare la bombola. Così ogni mattina presto, mette in ammollo nell’acqua fredda la pasta che i loro bambini mangeranno a pranzo. Maria si vergogna dello stato di povertà estrema nella quale la sua famiglia è piombata. Non vuole che altri lo sappiano. Per questo l’altra mattina non ce l’ha fatta a presentarsi all’assemblea che la Cgil ha organizzato in un hotel cittadino. La sua comprensibile riservatezza e la necessità di difendere i figli (piccoli, che vanno a scuola) dal giudizio degli altri, le ha impedito di andare al microfono e raccontare la sua storia.

Il pudore. Anche Cristian non se l’è sentita di parlare. La sua laurea in giurisprudenza non è servita a evitare la precarietà. Per mantenersi lavora come stagionale negli alberghi, ma se prima riusciva a ottenere un contratto anche se a tempo determinato, ora per lui ci sono solo voucher, senza diritto alla malattia e nemmeno di poter far valere quei mesi di lavoro ai fini di una futura pensione.

Anche Marco, diplomato alle scuole superiori, lavora con i voucher. Non può permettersi una macchina, così raggiunge il posto di lavoro in autobus: parte che manca un quarto alle sette la mattina, rientra a casa che è ormai notte. Martedì all’assemblea non c’era: il popolo dei voucher non può permettersi di chiedere un permesso dal lavoro, tantomeno sindacale.

Le testimonianze. Queste e altre storie si sono intrecciate martedì mattina nella sala convegni del Mistral 2: testimonianze di un mondo del lavoro sempre più precario e soprattutto, senza garanzie e possibilità di una stabilizzazione futura. In realtà non sono solo i lavoratori occasionali a vivere condizioni di precariato e di diritti negati.

È il caso di Mauro Obinu, uno dei trenta lavoratori della Log-it, cooperativa con sede a Rimini e che opera all’interno del pastificio Cellino di Santa Giusta. «Pur non essendo dipendenti della fabbrica siamo inseriti nella catena della produzione – ha detto – insomma: facciamo la pasta. Eppure non abbiamo un contratto da alimentaristi. Guadagniamo la metà dei nostri colleghi, in caso di malattia, subiamo delle decurtazioni dalla retribuzione. Da tempo abbiamo in corso una vertenza sindacale con l’azienda, ma il risultato è stato che i 100euro di premio di disponibilità che la coop ha dato ai nostri colleghi, sono stati negati agli iscritti al sindacato».

L’amara sorpresa della truffa. Gianfranco Sechi ha perso il lavoro ed è stato collocato in mobilità in deroga. Due anni fa è stato inserito nella cosiddetta flex security: ha lavorato ed è stato pagato dalla Regione. «Terminati i sei mesi del progetto, mi sono accorto che la mia retribuzione non era completa. Attraverso il sindacato ho scoperto che la Regione mi aveva pagato la mensilità di dicembre con un assegno circolare che non ho mai ricevuto. Salvo scoprire che era stato incassato a Napoli da una persone che nemmeno conosco. Ho presentato una denuncia alla Guardia di finanza, non tanto per i 600euro che non ho mai ricevuto, ma per una questione dignità e rispetto».

Licenziate. Gabriella Atzori è una delle 24 ex lavoratrici della casa di riposo di Ghilarza che di colpo hanno perso il lavoro. «Licenziate per cambio gestione della struttura. La cooperativa che è subentrata ci ha proposto di diventare socie e nemmeno a tutte, di ridurre il nostro orario di lavoro e la retribuzione. Ovviamente non abbiamo accettato e abbiamo aperto una vertenza sindacale».

Il precariato investe anche la scuola. «Per gli insegnanti si profila un futuro non facile: chi vincerà i nuovi concorsi sarà assunto con contratti di apprendistato», ha denunciato Antonello Cossu. E ci sono coloro che non riescono ad andare in pensione, come Giannetto Pitzalis, lavoratore portuale: «ho 61 anni, continuo a fare i turni di notte nel frattempo l’Inps mi riconosce solo 32 dei 37 anni che ho già lavorato».

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