Tra sfilata e carri allegorici Oggi S’Attittidu e Giolzi
Bosa, gran finale per i festeggiamenti del Carnevale nel segno della tradizione Ieri migliaia di persone per strada. E c’è chi prende il sole in piazza Monumento
BOSA. Una giornata primaverile ha accolto ieri carri, maschere e spettatori nell’ormai consueto bis della sfilata di giovedì grasso tra le vie del centro. Anche se, per la verità, è ormai cinque giorni di filato che diversi gruppi occupano la scena urbana con la loro gioiosa presenza in un tour de force di scenette e battute.
Bosa insomma, crisi o non crisi, acqua o non acqua, onora una delle sue tradizioni del divertimento. Organizzato e meno organizzato, a vedere ad esempio i due signori che, domenica sera, si sono divertiti mascherati da donne anziane, a intavolare discorsi vari al coperto dei portici di piazza Fontana, lavorando il Filet di Bosa. Oppure il gruppo di giovani che ieri mattina, incuranti di un clima certamente non invernale ma comunque non propriamente estivo, hanno inscenato una vacanza in bermuda e ciabatte, ombrellone al seguito, in piazza Monumento.
Tutto però lascerà spazio alla più attesa delle tradizioni locali tra qualche ora. Oggi infatti al mattino le vie del centro ed il corso diventeranno lo scenario per la secolare, forse millenaria, maschera di S’Attittidu. Nero d’obbligo, fuliggine di sughero sul viso e bambolotto od ortaggi alla mano, le “prefiche” di Bosa piangeranno per la sorte del figlio abbandonato dalla madre, persa nei bagordi del carnevale. Chiedendo ai passanti, immediatamente coinvolti nelle varie scenette, “Unu tichirecheddu de latte” (un goccio di latte) per il piccolo ormai morente.
Il tutto condito da battute sarcastiche magari su qualche fatto accaduto al malcapitato interlocutore nel corso dell’anno. Scene che sembrano essere molto apprezzate anche dai turisti, persino dagli stranieri, ai quali basta la mimica per capire cosa stia avvenendo.
Dall’imbrunire quindi il nero lascia spazio al bianco della caccia a Giolzi. È semplice: federa a foggia di cappuccio e lenzuolo come mantello, le maschere armate di lampioncini o “pischeddas” (cestini di giunco o canna) con all’interno una candela accesa, da soli o in gruppo, iniziano una spasmodica ricerca del re del divertimento, che presto brucerà nei roghi accesi tra gli angoli di Bosa.
Irrisione della morte e celebrazione del perpetuarsi della vita, per molti i simboli nascosti dietro queste due maschere inimitabili. Vissute, non recitate, in un teatro di strada che coinvolge ancora una volta tutti, senza distinzioni tra maschera e spettatore, nella notte che precede il mercoledì delle Ceneri e l’inizio della Quaresima.
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