Bosa, chiude il Carnevale riti e miti tutti in un giorno
Dalla processione di S’Attittidu alla ricerca notturna della maschera di Giolzi Il centro del Temo preso d’assalto da turisti e amanti delle tradizioni popolari
BOSA. I riti conclusivi del Karrasegare 'Osincu, nella lunga giornata che si è aperta alla luce con S'Attittidu e si è chiusa col buio nella ricerca di Giolzi, hanno mobilitano l'intera città del Temo. Dalle dieci il nero delle "prefiche" ha preso d'assalto il centro ed il Corso. Scenario che è cambiato all'imbrunire, quando al colore del lutto si è sostituito il bianco che inneggia al perpetuarsi della vita, nella lunga ricerca di Giolzi. Carnevale di popolo quello di Bosa, radicato nella storia millenaria di questa città, quanto attento al presente, da cui trarre ispirazione fin dalla mattina nella corale pantomima in lutto, con le maschere che diventano specchio della realtà.
Bambola dilaniata in mano, la nera coreografia di S'Attittidu ha irriso alla morte, nella ricerca di un goccio di latte per attenuare le sofferenze del fantoccio trascinato per la città come esempio, da irridere, dell'eccesso della libertà. Fazzoletto nero in testa, volto coperto di fuliggine, abito prevalentemente femminile, ma non mancano le varianti di colore, la maschera di S'Attittidu ha trovato nello spettatore la persona a cui raccontare le vicende del bambolotto: distrutto ora dalla fame, per essere stato abbandonato da una madre degenere, ora attore in prima persona di quel divertimento dissennato, privo di regole, che lo ha portato in punto di morte. Nel mezzo delle scene strazianti di pianto e urla, critica politica e quella sociale, fino alla cronaca.
Risate assicurate per quel racconto non permesso in nessun altro giorno dell'anno, se non nelle ore del Karrasegare che libera il popolo oppresso da qualsiasi possibile rappresaglia del potere. Il tempo di una doccia e ieri sera Bosa non ha abbandonato la sua vena goliardica, per dare vita dall'imbrunire ad un altro rito. “Giolzi, Giolzi”, gridano le maschere con un cappuccio ricavato da una federa ed un lenzuolo per mantello, bianchi, mentre per dare luce alla ricerca i più tradizionalisti usano una "pischedda" (cesta di giunco o canna) con all'interno una candela accesa, mentre ai bambini è concesso un variopinto lampioncino, fonte di luce che squarci le tenebre e il caos. Con la luce artificiale che si attarda ad illuminare l'area del bacino, principalmente femminile, fonte di vita. Metafora del "Giolzi Moro" a foggia di pupazzo che sarà poi bruciato agli angoli delle strade. Questo il canovaccio della festa di popolo del Karrasegare 'Osincu. Che, magari con qualche eccesso moderno rimane momento di attrazione per grandi e piccini e turisti provenienti da tutta la Sardegna.
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