Appello del vescovo: «Non voltare la faccia alle richieste d’aiuto»
Il messaggio di monsignor Morfino alla diocesi di Bosa: «È il tempo di aprire gli occhi e spalancare il cuore»
BOSA. Celebrata in tutte le parrocchie della diocesi di Bosa-Alghero, la “Giornata per il fondo episcopale di solidarietà”. Con il ricavato di questo appuntamento caritativo, giunto alla sua quinta edizione, l’anno scorso sono stati effettuati 206 interventi a favore degli indigenti, per un totale di 135.000 euro.
L’emergenza povertà è sempre molto grave dentro i confini della diocesi. Per cercare di richiamare ancora di più l’attenzione della comunità cristiana su una situazione “che rende amari molti giorni di troppi fratelli e sorelle”, il vescovo Mauro Maria Morfino ha indirizzato un messaggio quaresimal-pasquale alla diocesi dal titolo: “Dal tuo amore la nostra fraternità”.
Il presule invita alla coerenza di vita. I doni spirituali non valgono niente senza la carità concreta, operosa, aperta al prossimo. Anzi si rischia il sacrilegio. Per la prima volta dal suo arrivo in diocesi sei anni fa, padre Mauro usa toni forti: «Vivere questo tempo quaresimale tenendo aperta la Bibbia al cap. 13 della 1Corinti - dove si parla dei caratteri della carità - e girare lo sguardo per non vedere chi pena e non attuare qui, tra noi, stili rinnovati di fraternità e di solidarietà concreta, è compiere un sacrilegio». Una iniziativa che doveva servire a dare sostanza alla fede annunciata e proclamata soltanto con le parole.
Da raffinato biblista (per oltre 25 anni ha insegnato Sacra Scrittura nella Facoltà Teologica della Sardegna, e ancora tiene corsi per sacerdoti e cultori di questa materia) nel messaggio quaresimale il presule richiama l’attenzione dei cristiani su due temi: misericordia e carità.
Per il vescovo Morfino «questo, per la nostra Chiesa, è anche il tempo dell'apertura degli occhi e soprattutto lo spalancamento del cuore alla povertà che rende amari molti giorni di troppi fratelli e sorelle. Un’amarezza che giornalmente li costringe a chiedere, a venire, a scrivere, a telefonare: “Mi aiuti! Non so più cosa fare e da chi andare…”».
Una richiesta a cui spesso non si ha la capacità di rispondere: «Sono sempre parole pesanti come massi, alle quali mai ci si abitua - prosegue il vescovo -. Terribili quando le colgo sulla bocca di genitori disperati, di giovani senza prospettiva, di coloro che si sentono falliti. Indurire il cuore, chiudere gli occhi o girarsi dall'altra parte è da prigionieri di noi stessi e del nostro egoismo e, tante volte, della marea di pregiudizi in cui inabissiamo».
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