Da Oristano per svelare Neapolis
di Simonetta Selloni
La campagna del Consorzio Universitario mette in evidenza la zona artigianale della citta sommersa
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ORISTANO. C’è una cifra di entusiasmo e stupore quasi fanciullesco davanti alle scoperte, che, aggiunta al rigore didattico, formativo e della ricerca, ha condotto allo straordinario risultato conseguito dalla missione di archeologi sardi, tunisini e algerini in Tunisia, dove nel Golfo di Hammamet è stato possibile ricostruire interamente la parte sommersa di Neapolis d’Africa. Una missione, la nona, finanziata dal Consorzio Universitario di Oristano e condotta dalla Scuola di specializzazione in Beni archeologici – archeologia subacquea – dell’Università di Oristano, che fa capo al Dipartimento di Storia, scienze dell’uomo e della formazione dell’Università di Sassari. L’entusiasmo è quello dei direttori della missione, Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu del Dipartimento di Storia dell’ateneo turritano, e di Mounir Fantar, dell'Institut National du patrimoine della Tunisia: un mirabile esempio di collaborazione internazionale, con scoperte di assoluto rilievo, esposte dai protagonisti e da Marco Milanese, direttore del Dipartimento di Storia.
Il terremoto. Quando, il 21 luglio del 365 dopo Cristo, un terremoto catastrofico provocò la distruzione e fece sprofondare per cinque metri sotto il livello del mare almeno venti ettari della città, Neapolis d’Africa, Coloniae Iuliae Neapolis fondata da Gulio Cesare nel 45/46 a.C., era senza dubbio il centro romano più importante del Mediterraneo per la salagione del pesce e per la produzione del garum, la salsa di pesce. Il terremoto provocò la sommersione, ma fino a 200 metri dall’attuale linea di costa le vasche sono perfettamente visibili. E attorno a loro, le testimonianze dei muri, alcuni dei quali alti fino a 5 metri, che delimitavano la rete stradale. C’è il rivestimento delle vasche secondo la tecnica dell’opus figlinum, con i residui della lavorazione delle anfore.
Economia di filiera. Neapolis era persino più importante di Lixus, in Marocco: la sua zona artigianale sprofondata, è pari a un terzo della città che quindi si estendeva per 60 ettari, con le sue vasche di salagione, il suo reticolo di cardi e decumani. La griglia stradale è perfettamente sovrapponibile alla parte emersa. Testimonianze di una filiera integrata con le officine di produzione di anfore dentro il quale il pesce – sardine ma anche tonnetti – e il garum prendevano il largo, per Tarragona, Roma, la Sicilia, la Corsica, la Provenza. Anfore africane con il marchio Cin: Coloniae Iuliae Neapolis, appunto. Già negli anni ’60, precedenti missioni archeologiche avevano individuato, nella città “terrestre”, almeno sei stabilimenti per la lavorazione del pesce, uno dei quali esteso almeno 1000 metri quadrati.
A spasso nel tempo. Già a dicembre 2016 la precedente missione, con l’archeologo Salvatore Ganga e l’aiuto di un drone, aveva fatto individuare la prima griglia stradale con isolati le cui dimesnioni sono di 70x30,5 metri, e strade (cardi e decumani) larghe oltre 5 metri. La rielaborazione delle immagini curate dall’archeologa della Scuola Luciana Tocco, tutor dell’ultima missione (nella precedente affiancata dalla manager didattica Adriana Scarpa) ha consentito di individuare l’asse stradale perfettamente sovrapponibile alla città risparmiata dal terremoto.
Il Forum. C’è, accanto alla scoperta della zona artigianale sommersa, un’altra evidenza archeologica di assoluto rilievo da attribuire alla missione degli archeologi sardi, tunisini e algerini: l’individuazione del Forum Neapolis, nella città terrestre. Un vero e proprio Foro con il tempio di Giove Capitolino, la basilica giudiziaria con il tribunale, la curia, ossia il luogo di riunione dei decurioni. Il Foro di Neapolis è il 27esimo del mondo romano, il quarto in Africa: in Italia se ne contano altri 18. A sostegno della scoperta, il rinvenimento di un frammento di lastra calcarea con iscrizione plateale in lettere in bronzo (andate perdute), probabilmente riferibile alla evergesia, la pratica con la quale un privato cittadino faceva un qualcosa di utile a beneficio della collettività. In questo caso, la pavimentazione del Foro: le lettere ne indicavano il nome, a futura memoria. Vanità senza tempo.
Il terremoto. Quando, il 21 luglio del 365 dopo Cristo, un terremoto catastrofico provocò la distruzione e fece sprofondare per cinque metri sotto il livello del mare almeno venti ettari della città, Neapolis d’Africa, Coloniae Iuliae Neapolis fondata da Gulio Cesare nel 45/46 a.C., era senza dubbio il centro romano più importante del Mediterraneo per la salagione del pesce e per la produzione del garum, la salsa di pesce. Il terremoto provocò la sommersione, ma fino a 200 metri dall’attuale linea di costa le vasche sono perfettamente visibili. E attorno a loro, le testimonianze dei muri, alcuni dei quali alti fino a 5 metri, che delimitavano la rete stradale. C’è il rivestimento delle vasche secondo la tecnica dell’opus figlinum, con i residui della lavorazione delle anfore.
Economia di filiera. Neapolis era persino più importante di Lixus, in Marocco: la sua zona artigianale sprofondata, è pari a un terzo della città che quindi si estendeva per 60 ettari, con le sue vasche di salagione, il suo reticolo di cardi e decumani. La griglia stradale è perfettamente sovrapponibile alla parte emersa. Testimonianze di una filiera integrata con le officine di produzione di anfore dentro il quale il pesce – sardine ma anche tonnetti – e il garum prendevano il largo, per Tarragona, Roma, la Sicilia, la Corsica, la Provenza. Anfore africane con il marchio Cin: Coloniae Iuliae Neapolis, appunto. Già negli anni ’60, precedenti missioni archeologiche avevano individuato, nella città “terrestre”, almeno sei stabilimenti per la lavorazione del pesce, uno dei quali esteso almeno 1000 metri quadrati.
A spasso nel tempo. Già a dicembre 2016 la precedente missione, con l’archeologo Salvatore Ganga e l’aiuto di un drone, aveva fatto individuare la prima griglia stradale con isolati le cui dimesnioni sono di 70x30,5 metri, e strade (cardi e decumani) larghe oltre 5 metri. La rielaborazione delle immagini curate dall’archeologa della Scuola Luciana Tocco, tutor dell’ultima missione (nella precedente affiancata dalla manager didattica Adriana Scarpa) ha consentito di individuare l’asse stradale perfettamente sovrapponibile alla città risparmiata dal terremoto.
Il Forum. C’è, accanto alla scoperta della zona artigianale sommersa, un’altra evidenza archeologica di assoluto rilievo da attribuire alla missione degli archeologi sardi, tunisini e algerini: l’individuazione del Forum Neapolis, nella città terrestre. Un vero e proprio Foro con il tempio di Giove Capitolino, la basilica giudiziaria con il tribunale, la curia, ossia il luogo di riunione dei decurioni. Il Foro di Neapolis è il 27esimo del mondo romano, il quarto in Africa: in Italia se ne contano altri 18. A sostegno della scoperta, il rinvenimento di un frammento di lastra calcarea con iscrizione plateale in lettere in bronzo (andate perdute), probabilmente riferibile alla evergesia, la pratica con la quale un privato cittadino faceva un qualcosa di utile a beneficio della collettività. In questo caso, la pavimentazione del Foro: le lettere ne indicavano il nome, a futura memoria. Vanità senza tempo.
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