Migranti, sono l’1% della popolazione e osservano le leggi
Contro i pregiudizi, i dati forniti dal questore Aliquò L’arcivescovo Sanna: ospitalità, questione etica e sociale
ORISTANO. Contro i pregiudizi, contro le costruzioni artificiose sui migranti, la forza incontrovertibile dei numeri. I numeri sono quelli, dell’Ufficio immigrazione della Questura di Oristano. e restituiscono la fotografia di una provincia che, a fronte di 160mila abitanti, accoglie stabilmente 1700 stranieri (300 sono minori), per una percentuale dell’1,06 per cento: la media nazionale è del 7 per cento circa. E, udite udite, «per quanto attiene alla delittuosità ascrivibile agli stranieri regolarmente residenti, hanno condotte normalmente conformi alle leggi, con una propensione alla legalità in linea con gli italiani (e per certi versi superiori)».
Le parole del questore di Oristano Giovanni Aliquò hanno contribuito a inquadrare il tema al centro del corso di aggiornamento organizzato dall’Ordine dei giornalisti sul tema “Migranti, c’è posto anche per loro”. Evidentemente un riferimento non solo al luogo fisico – e l’Oristanese ne dispone – ma anche e soprattutto un luogo culturale e etico e, per chi crede, anche religioso. Temi attualissimi, come accoglienza e integrazione, al di là del rango istituzionale che discende dall’articolo 10 della Costituzione che disciplina l’adeguamento dell’Italia alle norme internazionali su accoglienza e diritto d’asilo.
I dati forniti dal questore hanno concretizzato la lunga riflessione offerta dall’arcivescovo metropolita di Oristano, monsignor Ignazio Sanna, su tre cardini del discorso: il dovere dell’ospitalità, l’ospitalità e la trasmissione dei valori, e il cristiano guardiano di ogni fratello. Oltre ogni paura del diverso, c’è un concetto etico, e sociale, prima ancora che religioso, sul dovere di ospitalità, come ha ricordato monsignor Sanna, facendo riferimento «al padre della fede, Abramo. La figura di Abramo è un grande modello di ospitalità non solo per i cristiani, ma anche per i non cristiani, come gli ebrei e i musulmani».
E se la questione pastorale ha dei risvolti inevitabili «Seguendo il comportamento abramitico, bisognerebbe giungere ad accogliere l'altro senza chiedere il nome. Accogliere l'altro in quanto altro, non perché è quell'altro determinato, sia esso un cattolico filippino o un musulmano marocchino», si pongono problemi pratici e giuridici inevitabili. «Senza cadere nella sterile polemica che contrappone i pretesi buoni ai pretesi cattivi, ogni cittadino responsabile dovrebbe operare a tutti i livelli per ovviare alla diffusa diffidenza verso culture "diverse"». Ogni cittadino, non i cattolici, o i musulmani: la categoria della cittadinanza comprende tutti gli abitanti di un mondo dove il venir meno dei confini geografici porta alla conseguenza che ognuno può essere l’estraneo dell’altro. O il compagno di viaggio.
«Questo non è un territorio razzista. C’è una propensione all’accoglienza», ha detto il questore. Aliquò ha parlato a lungo della paura dell’estraneo, del diverso, del freno che deriva dalla non conoscenza. Ecco perché l’importanza dei numeri, di ricondurre il discorso alla concretezza. La paura come culla di stereotipi; la forza dei numeri e della realtà come algoritmo di un’etica sociale della convivenza e accoglienza.
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