Ladri in fuga con i gioielli nascosti nei borsoni rubati
di Simonetta Selloni
Gli autori del colpo in gioielleria hanno preso le valigie da Carpatinus Sapevano dove si trovava il sistema d’allarme e lo hanno neutralizzato
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ORISTANO. Professionisti di vaglia. Forse venuti da fuori, ma con solidi agganci a Oristano. Spiace dirlo, ma il colpo messo a segno nella notte di San Silvestro al Centro commerciale Porta nuova è senza ombra di dubbio il frutto di un piano accuratamente studiato nei minimi dettagli. Una progettazione di mesi, probabilmente. L’obiettivo della banda era certamente la gioielleria Olla, dalla quale sono stati portati via preziosi per un valore di oltre 350mila euro, con una stima forse per difetto. Ma i malviventi, una specie di banda alla Ocean’s eleven, anche se forse un po’ meno allargata, avevano accuratamente pianificato anche gli obiettivi strumentali. Per ottenere i benefici collaterali: massimo risultato con il minimo sforzo.
Le valigie per il bottino. Un esempio? Il percorso di buchi attraverso i muri escogitato per arrivare fino gioielleria, è iniziato dal negozio di calzature Carpatinus, dove sono entrati dal tetto per poi calarsi nel negozio Motivi e da lì entrare – sempre attraverso buchi nel muro _ nella gioielleria attigua. Da Carpatinus i ladri hanno visitato il reparto valigeria e hanno preso sei borsoni. Serviti per infilarci la merce pregiata da prelevare due piani più giù. E già che c’era, la banda ha ripulito la cassa di Carpatinus: 4mila euro. E, passaggio per passaggio, anche duemila euro dalla cassa di Motivi.
La gioielleria Olla. «Stiamo ancora cercando di contabilizzare l’entità di quello che hanno portato via. Diciamo che si tratta soprattutto di gioielleria: oro, diamanti e pietre preziose. L’oreficeria, ossia gli oggettini come catenine, braccialetti, è residuale». Alberto Piras è il titolare della gioielleria ripulita. I preziosi rubati non erano assicurati. «Impossibile. I costi sono insostenibili». Un colpo studiato benissimo. La prova è evidente, lo ammette lo stesso Piras. «Sapevano che Carpatinus e Motivi non avevano sistemi d’allarme».
Il sistema d’allarme. Il sistema ce lo ha, o meglio aveva, la gioielleria Olla. La ulteriore riprova della “professionalità” della banda riguarda questo dettaglio. «Il mio impianto di allarme è un po’ datato, ma aveva i rilevatori antisismici. In passato, quando ci sono stati lavori al Centro commerciale, lo abbiamo dovuto disattivare perché suonava subito». La centralina era nel bagno: dentro il negozio, telecamere e sensori. Ma i banditi, dopo aver fatto il buco sul tetto ed essere entrati dentro Carpatinus, e da qui aver forato il pavimento ed essere entrati dentro Motivi, hanno pensato bene di non bucare una parete qualunque per entrare in gioielleria. Hanno bucato quella in corrispondenza del bagno, dove non ci sono sensori, ma la centralina dell’impianto di allarme. Una volta lì dentro, l’hanno disattivata con la mazza che avevano con sé e sono entrati nel negozio.
La sfortuna. Piras: «Certo, mi chiedo come abbiano potuto bypassare il sistema. Qualche giorno prima, avevo chiesto al tecnico di aggiornare il software dell’impianto perché avevo avuto un problema con quello di casa. Il tecnico però ha avuto un serio problema familiare, un lutto, e abbiamo rinviato. Ma magari sarebbero entrati lo stesso».
Il caveau. A questo punto i quatto operativi della banda (tanti ne hanno immortalato le telecamere) hanno cominciato a ripulire la gioielleria Olla. O meglio: si sono divisi i compiti, perché il grosso del bottino era nel caveau. «Il muro del caveau è rinforzato da griglie metalliche, ma non si sono scoraggiati. Hanno praticato fori in 12 punti diversi, hanno lavorato con lo smeriglio», dice Alberto Piras. Quanto bastava per aprirsi un varco. Lì dentro, «almeno il 60 per cento, in termini di valore, di quello che hanno portato via». Compresi i preziosi personali della famiglia Piras, messi al sicuro. O almeno così sembrava. «Venti anni di sacrifici andati via. Meno male che non c’erano gioielli di amici che ce li hanno qualche volta affidati in occasione di loro assenze». Una consolazione piccola. Si spera nelle indagini, e in un errore da parte della banda. Ma finora, gli “uomini d’oro”, non hanno compiuto passi falsi.
Le valigie per il bottino. Un esempio? Il percorso di buchi attraverso i muri escogitato per arrivare fino gioielleria, è iniziato dal negozio di calzature Carpatinus, dove sono entrati dal tetto per poi calarsi nel negozio Motivi e da lì entrare – sempre attraverso buchi nel muro _ nella gioielleria attigua. Da Carpatinus i ladri hanno visitato il reparto valigeria e hanno preso sei borsoni. Serviti per infilarci la merce pregiata da prelevare due piani più giù. E già che c’era, la banda ha ripulito la cassa di Carpatinus: 4mila euro. E, passaggio per passaggio, anche duemila euro dalla cassa di Motivi.
La gioielleria Olla. «Stiamo ancora cercando di contabilizzare l’entità di quello che hanno portato via. Diciamo che si tratta soprattutto di gioielleria: oro, diamanti e pietre preziose. L’oreficeria, ossia gli oggettini come catenine, braccialetti, è residuale». Alberto Piras è il titolare della gioielleria ripulita. I preziosi rubati non erano assicurati. «Impossibile. I costi sono insostenibili». Un colpo studiato benissimo. La prova è evidente, lo ammette lo stesso Piras. «Sapevano che Carpatinus e Motivi non avevano sistemi d’allarme».
Il sistema d’allarme. Il sistema ce lo ha, o meglio aveva, la gioielleria Olla. La ulteriore riprova della “professionalità” della banda riguarda questo dettaglio. «Il mio impianto di allarme è un po’ datato, ma aveva i rilevatori antisismici. In passato, quando ci sono stati lavori al Centro commerciale, lo abbiamo dovuto disattivare perché suonava subito». La centralina era nel bagno: dentro il negozio, telecamere e sensori. Ma i banditi, dopo aver fatto il buco sul tetto ed essere entrati dentro Carpatinus, e da qui aver forato il pavimento ed essere entrati dentro Motivi, hanno pensato bene di non bucare una parete qualunque per entrare in gioielleria. Hanno bucato quella in corrispondenza del bagno, dove non ci sono sensori, ma la centralina dell’impianto di allarme. Una volta lì dentro, l’hanno disattivata con la mazza che avevano con sé e sono entrati nel negozio.
La sfortuna. Piras: «Certo, mi chiedo come abbiano potuto bypassare il sistema. Qualche giorno prima, avevo chiesto al tecnico di aggiornare il software dell’impianto perché avevo avuto un problema con quello di casa. Il tecnico però ha avuto un serio problema familiare, un lutto, e abbiamo rinviato. Ma magari sarebbero entrati lo stesso».
Il caveau. A questo punto i quatto operativi della banda (tanti ne hanno immortalato le telecamere) hanno cominciato a ripulire la gioielleria Olla. O meglio: si sono divisi i compiti, perché il grosso del bottino era nel caveau. «Il muro del caveau è rinforzato da griglie metalliche, ma non si sono scoraggiati. Hanno praticato fori in 12 punti diversi, hanno lavorato con lo smeriglio», dice Alberto Piras. Quanto bastava per aprirsi un varco. Lì dentro, «almeno il 60 per cento, in termini di valore, di quello che hanno portato via». Compresi i preziosi personali della famiglia Piras, messi al sicuro. O almeno così sembrava. «Venti anni di sacrifici andati via. Meno male che non c’erano gioielli di amici che ce li hanno qualche volta affidati in occasione di loro assenze». Una consolazione piccola. Si spera nelle indagini, e in un errore da parte della banda. Ma finora, gli “uomini d’oro”, non hanno compiuto passi falsi.
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