Morto sotto il treno l’appello della madre «Dateci una risposta»
di Enrico Carta
Rita Salis chiede di conoscere le intenzioni della procura sulla richiesta di riapertura delle indagini sulla tragedia
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SANTA GIUSTA. Si dice che il silenzio faccia più rumore di mille parole. Ma c’è chi quel silenzio vuole spezzare e non può far altro che gridare proprio quelle parole sin qui taciute. A oltre due mesi dal deposito della richiesta di riapertura delle indagini sulla morte del giovane Nicola Bussu, la madre del ragazzo investito dal treno nel marzo del 2017 lancia un appello diretto al procuratore della Repubblica, Ezio Domenico Basso, affinché dia una svolta al caso o per lo meno chiarisca quali siano le intenzioni della magistratura.
L’appello di Rita Salis comincia così: «So che qualcuno su ciò che sto per scrivere non sarà d’accordo, mi prendo tutte le responsabilità di ciò che scrivo a coloro a cui ora mi rivolgo». Poi si entra nel cuore della vicenda con un chiaro riferimento agli elementi contenuti nella perizia fatta fare dai familiari attraverso l’avvocato Samantha Baglieri. L’appello che suona quasi come un atto di accusa è rivolto agli inquirenti: «Non c’è stata alcuna indagine, il caso di mio figlio è stato chiuso in fretta come un suicidio per non attribuire responsabilità. Soprattutto non ci avete permesso di vedere nostro figlio dicendo a tutti che nulla era rimasto del suo corpo. Le foto di cui ora io sono in possesso vi smentiscono. Mi rivolgo a lei signor procuratore, io e mio marito a febbraio le abbiamo presentato un’istanza per la riapertura del caso: mi chiedo quanto deve ancora aspettare una madre per avere le giuste risposte. Tutti dicono che ci vuole tempo, ma secondo lei una madre ha la forza di aspettare i vostri tempi? Sono una madre che chiede solo la verità, una verità diversa da quella scritta nei fascicoli del caso di mio figlio Nicola come dimostrano le nostre perizie».
A svolgere gli accertamenti per conto della famiglia è stato l’ingegnere Michele Troili, professore in pensione dell’Università di Genova. In quelle pagine è elencata una serie di presunte incongruenze dei risultati emersi dall’indagine ufficiale ed è sulla base di quelle che oggi Rita Salis e il marito Giuseppe Bussu reclamano la riapertura dell’inchiesta. Le domande che la madre si pone sono ancora senza una risposta: «Perché ci vuole così tanto tempo anche solo per dire un sì o un no? Perché quando invece si doveva chiudere l’inchiesta i tempi sono stati velocissimi e non ci è stato permesso di vedere il corpo di Nicola? Vorrei parlare con gli inquirenti, le spiegazioni che non mi sono state date allora è giusto che mi vengano date oggi. Io ho potuto baciare mio figlio per l’ultima volta solo da una foto nel computer perché nessuno ci ha avvertito dell’incidente né ci hanno fatto avvicinare al luogo dell’incidente. Sto raccontando la verità e lotterò per avere giustizia sino a quando non mi si chiuderanno gli occhi».
L’appello di Rita Salis comincia così: «So che qualcuno su ciò che sto per scrivere non sarà d’accordo, mi prendo tutte le responsabilità di ciò che scrivo a coloro a cui ora mi rivolgo». Poi si entra nel cuore della vicenda con un chiaro riferimento agli elementi contenuti nella perizia fatta fare dai familiari attraverso l’avvocato Samantha Baglieri. L’appello che suona quasi come un atto di accusa è rivolto agli inquirenti: «Non c’è stata alcuna indagine, il caso di mio figlio è stato chiuso in fretta come un suicidio per non attribuire responsabilità. Soprattutto non ci avete permesso di vedere nostro figlio dicendo a tutti che nulla era rimasto del suo corpo. Le foto di cui ora io sono in possesso vi smentiscono. Mi rivolgo a lei signor procuratore, io e mio marito a febbraio le abbiamo presentato un’istanza per la riapertura del caso: mi chiedo quanto deve ancora aspettare una madre per avere le giuste risposte. Tutti dicono che ci vuole tempo, ma secondo lei una madre ha la forza di aspettare i vostri tempi? Sono una madre che chiede solo la verità, una verità diversa da quella scritta nei fascicoli del caso di mio figlio Nicola come dimostrano le nostre perizie».
A svolgere gli accertamenti per conto della famiglia è stato l’ingegnere Michele Troili, professore in pensione dell’Università di Genova. In quelle pagine è elencata una serie di presunte incongruenze dei risultati emersi dall’indagine ufficiale ed è sulla base di quelle che oggi Rita Salis e il marito Giuseppe Bussu reclamano la riapertura dell’inchiesta. Le domande che la madre si pone sono ancora senza una risposta: «Perché ci vuole così tanto tempo anche solo per dire un sì o un no? Perché quando invece si doveva chiudere l’inchiesta i tempi sono stati velocissimi e non ci è stato permesso di vedere il corpo di Nicola? Vorrei parlare con gli inquirenti, le spiegazioni che non mi sono state date allora è giusto che mi vengano date oggi. Io ho potuto baciare mio figlio per l’ultima volta solo da una foto nel computer perché nessuno ci ha avvertito dell’incidente né ci hanno fatto avvicinare al luogo dell’incidente. Sto raccontando la verità e lotterò per avere giustizia sino a quando non mi si chiuderanno gli occhi».
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