La Nuova Sardegna

Oristano

Allarme nelle campagne: col riso asiatico senza dazi a rischio la produzione sarda

Michela Cuccu
Una risaia nell'Oristanese
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Una risaia nell'Oristanese

Cambogia e Myanmar esportano liberamente il loro prodotto, in Sardegna la superficie coltivata è diminuita del 60 per cento

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ORISTANO. Crolla la produzione di riso da semente certificata. Quest'anno le domande presentate sono scese ad appena 800 ettari, rispetto ai 4mila del passato: un vero e proprio minimo storico. La denuncia arriva dal presidente della Confagricoltura di Oristano, Paolo Mele, che riferisce di segnali allarmanti per il futuro di una produzione che vedeva la Sardegna fra le principali produttrici ed esportatrici di riso da semente. Le cause non sono solo legate alla scelta dell'Unione europea che per sostenere l'economia di Paesi in forte difficoltà, come Cambogia e Myanmar, ha deciso di cancellare le spese doganali, con il risultato di aver sommerso il mercato di riso di qualità "indica" del sud est asiatico, provocando il crollo dei prezzi del riso italiano, con punte anche del 60% per alcune qualità come l'Arborio.

L'effetto, nelle zone di grande produzione italiane, come il Vercellese, è stata una fortissima diminuzione delle superfici destinate a risaia, dato che il riso prodotto in Italia - la prima produttrice ed esportatrice in Europa - viene scartato dalle industrie perché troppo costoso.A mettersi di traverso adesso c'è anche il ministero delle Politiche agricole, che ha deciso, a partire dalla Politica agricola comune (Pac) 2018, di non concedere più l'aiuto accoppiato alle sementi di grano e riso. Secondo la recente interpretazione del ministero delle Politiche agricole, l'aiuto accoppiato previsto dall'ex articolo 52 del regolamento europeo del 2013, sarebbe riservato alle sole coltivazioni da granella e non più da semina. «È un provvedimento che impatta in modo importante sul comparto cerealicolo isolano, che da sempre, per affermarsi sui mercati, punta sulla qualità», dichiara Paolo Mele. Poter contare sulla disponibilità della semente certificata, possibilmente di origine sarda, per gli agricoltori isolani è fondamentale. «Solo così - spiega il presidente di Confagricoltura - si possono garantire quei percorsi che, in particolare per il grano duro, sono gli unici che possono consentire una migliore remunerazione del prodotto in un'ottica di filiera controllata e certificata».

Il provvedimento ministeriale, reso noto solo quando la sottoscrizione dei contratti di semina era già avvenuta, contraddice inoltre le misure adottate dalla Regione che, per sostenere il comparto, da anni, attraverso un apposito bando, riconosce un contributo alla filiera organizzata. Se si considera che la produzione risicola sarda è per quasi la metà destinata alle produzioni di sementi di qualità, molto ricercate dal mercato nazionale ed estero, e che ormai da qualche anno è in affanno, con una notevole quantità di prodotto da due anni rimasta invenduta, il quadro è ancora più allarmante. Fino alla cancellazione dei dazi doganali per il riso del sud est asiatico, questo settore, nell'intero comparto agricolo sardo, era considerato un vero e proprio Eldorado. Niente problemi di mercato, niente crollo dei prezzi e soprattutto, mai scorte invendute.

Insomma, nelle zone vocate, produrre riso, soprattutto da seme, in Sardegna poteva significare reddito e occupazione assicurate. Ora però la situazione si è praticamente rovesciata e la prima conseguenza è stato l'abbandono delle coltivazioni certificate, incoraggiata dal venir meno dei contributi accoppiati. «Adesso c'è il rischio concreto che i risicoltori, che devono far fronte a maggiori costi di coltivazione, siano disincentivati a investire in produzioni di qualità - conclude il presidente di Confagricoltura, Paolo Mele - Per questo chiediamo che il ministero delle Politiche agricole revochi il provvedimento».

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