il ricordo dell’ex direttore dell’asinara
Quell’estate del 1985 quando i giudici arrivarono nell’isola
ORISTANO. «Ero in ferie a La Maddalena quando, ricevetti l’ordine del ministro di rientrare immediatamente in carcere. Un rientro che durò dieci ore, lento come il procedere della mia barca a vela....
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ORISTANO. «Ero in ferie a La Maddalena quando, ricevetti l’ordine del ministro di rientrare immediatamente in carcere. Un rientro che durò dieci ore, lento come il procedere della mia barca a vela. Quando finalmente attraccai all’Asinara, il mio vicedirettore mi rivelò finalmente ciò che stava accadendo». Ancora con un filo di commozione Franco Massidda, ex provveditore regionale delle carceri, ora in pensione, ha raccontato quell’estate del 1985, quando i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino arrivarono nell’isola che allora era solo un penitenziario per stendere l’istruttoria del maxiprocesso contro la Mafia.
Quell’estate del 1985 è ancora nitida nei ricordi di Franco Massidda che all’epoca dirigeva il carcere di massima sicurezza dell'Asinara. Ieri, accanto al busto di Giovanni Falcone – la scultura è stata posizionata nel cortile del carcere di Massama – l’ex direttore ripercorre quell’estate, quando si preparò il più imponente dei processi mai celebrati in Italia. «Era la vigilia di Ferragosto, quando mi comunicammo quell’ordine improvviso dell’autorità giudiziaria. Una funzionaria del gabinetto del ministero arrivò poco dopo per darmi i dettagli dell’operazione che comportò l’adozione di massime misure di sicurezza. Arrivato alla foresteria, quella che chiamavamo la casetta rossa, mi trovai le due famigliole in piedi e con la preoccupazione stampata nei loro volti e, a ragione, dopo una partenza improvvisa, quasi una traduzione che li aveva catapultati in meno di 48 ore in Sardegna. Giovanni Falcone era con la moglie Francesca Morvillo; Paolo Borsellino aveva con sé anche i suoi tre figli».
Il racconto di Franco Massidda prosegue: «Volevo rassicurarli, ma dovetti insistere con il giudice Falcone che non voleva consegnarmi la sua pistola. Mi disse che non se ne separava mai, che era l’ultima sua difesa. Il giorno dopo li trovai ancora in allarme. Non si sentivano al sicuro: c’erano alcuni detenuti siciliani che avevano la possibilità di aggirarsi nei pressi della foresteria e li trasferii subito dieci chilometri lontano. Il giorno dopo era Ferragosto, organizzai con loro e la mia famiglia un pranzo sulla costa. Mangiammo maialetto e pesci arrosto. Quegli inviti a pranzo e a cena si ripeterono più volte: un modo per allentare la tensione di quei giorni». Ricordi mai cancellati, nemmeno dalle bombe che spazzarono via le vite dei due giudici che sopravvivono alla morte che cercò di cancellare oltre che le inchieste il significato delle loro azioni. (m.c.)
Quell’estate del 1985 è ancora nitida nei ricordi di Franco Massidda che all’epoca dirigeva il carcere di massima sicurezza dell'Asinara. Ieri, accanto al busto di Giovanni Falcone – la scultura è stata posizionata nel cortile del carcere di Massama – l’ex direttore ripercorre quell’estate, quando si preparò il più imponente dei processi mai celebrati in Italia. «Era la vigilia di Ferragosto, quando mi comunicammo quell’ordine improvviso dell’autorità giudiziaria. Una funzionaria del gabinetto del ministero arrivò poco dopo per darmi i dettagli dell’operazione che comportò l’adozione di massime misure di sicurezza. Arrivato alla foresteria, quella che chiamavamo la casetta rossa, mi trovai le due famigliole in piedi e con la preoccupazione stampata nei loro volti e, a ragione, dopo una partenza improvvisa, quasi una traduzione che li aveva catapultati in meno di 48 ore in Sardegna. Giovanni Falcone era con la moglie Francesca Morvillo; Paolo Borsellino aveva con sé anche i suoi tre figli».
Il racconto di Franco Massidda prosegue: «Volevo rassicurarli, ma dovetti insistere con il giudice Falcone che non voleva consegnarmi la sua pistola. Mi disse che non se ne separava mai, che era l’ultima sua difesa. Il giorno dopo li trovai ancora in allarme. Non si sentivano al sicuro: c’erano alcuni detenuti siciliani che avevano la possibilità di aggirarsi nei pressi della foresteria e li trasferii subito dieci chilometri lontano. Il giorno dopo era Ferragosto, organizzai con loro e la mia famiglia un pranzo sulla costa. Mangiammo maialetto e pesci arrosto. Quegli inviti a pranzo e a cena si ripeterono più volte: un modo per allentare la tensione di quei giorni». Ricordi mai cancellati, nemmeno dalle bombe che spazzarono via le vite dei due giudici che sopravvivono alla morte che cercò di cancellare oltre che le inchieste il significato delle loro azioni. (m.c.)
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