Samugheo, trionfa il pane
di Maria Antonietta Cossu
Un successo la 21esima edizione della sagra con tutte le specialità locali
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SAMUGHEO. La tradizione gastronomica si conferma un attrattore formidabile per Samugheo, meta di migliaia di visitatori richiamati dalla sagra del pane Su Tzichi.
La 21esima edizione della rassegna che si è svolta nel fine settimana ha sfornato il meglio della produzione agroalimentare, a cominciare dalle numerose varietà di pane che fanno del paese del Barigadu uno dei più rinomati nel panorama isolano.
Farrighingiada, tzichi, coccoiedra e pistoccu prendevano forma sotto le abili mani delle massaie adibite alla lavorazione degli impasti e il tempo sembrava essersi fermato nelle corti e nelle antiche case padronali invase dal profumo del pane che cuoceva sopra le braci; impigliato fra le trame e gli orditi dei manufatti tessili che impreziosivano gli arredi, tra le macine, gli aratri, le cassapanche e i telai della casa museo Pinuccio Zucca.
La narrazione di ciò che Samugheo è stato, e in parte è ancora, ha decretato il successo della sagra.
«La risposta della gente è stata notevole e questo ha comportato un impatto sulle attività economiche non trascurabile. Non è un aspetto secondario, fermo restando l'obiettivo di promuovere il patrimonio agroalimentare e artigianale locale», ha detto Ottavio Pinna, il presidente dell'associazione Su Tzichi, Deus ex machina della manifestazione. Nell'appuntamento settembrino è l'arte della panificazione a fare da traino.
«Il pane è uno dei simboli dell'economia samughese e un elemento della nostra identità – ha spiegato Pinna – tramite alcune iniziative stiamo cercando di trasmettere ai giovani il valore della tradizione affinché un giorno siano loro a tramandarla».
La panificazione è una pratica molto diffusa in paese, dove non sono poche le famiglie che fanno ancora il pane in casa.
«Curando ogni dettaglio, come l'uso del cisto per pulire il forno, e facendo attenzione a tutti gli ingredienti: dalla farina al lievito madre, dall'acqua al sale. Ogni cosa incide sul sapore e sulla qualità e chi lo consuma si accorge della differenza», ha spiegato Elisabetta Mura, fra i 300 volontari impiegati nell’organizzazione.
Al forno, con lei, c'era anche la decana delle massaie, Luigia Milia, 86 anni. Tra un'infornata di pane tzichi e l'altra la donna ha raccontato il suo rapporto con questa arte culinaria.
«Ho imparato a fare il pane da piccola e l'ho insegnato ai figli. Ma all'epoca facevamo tutto già dalla fase del raccolto: aiutavamo a mietere il grano, a separare i chicchi dalle spighe e portavamo i sacchi al mulino per la molitura».
Scene di un tempo che fu. Ma i sapori e i profumi, quelli restano.
La 21esima edizione della rassegna che si è svolta nel fine settimana ha sfornato il meglio della produzione agroalimentare, a cominciare dalle numerose varietà di pane che fanno del paese del Barigadu uno dei più rinomati nel panorama isolano.
Farrighingiada, tzichi, coccoiedra e pistoccu prendevano forma sotto le abili mani delle massaie adibite alla lavorazione degli impasti e il tempo sembrava essersi fermato nelle corti e nelle antiche case padronali invase dal profumo del pane che cuoceva sopra le braci; impigliato fra le trame e gli orditi dei manufatti tessili che impreziosivano gli arredi, tra le macine, gli aratri, le cassapanche e i telai della casa museo Pinuccio Zucca.
La narrazione di ciò che Samugheo è stato, e in parte è ancora, ha decretato il successo della sagra.
«La risposta della gente è stata notevole e questo ha comportato un impatto sulle attività economiche non trascurabile. Non è un aspetto secondario, fermo restando l'obiettivo di promuovere il patrimonio agroalimentare e artigianale locale», ha detto Ottavio Pinna, il presidente dell'associazione Su Tzichi, Deus ex machina della manifestazione. Nell'appuntamento settembrino è l'arte della panificazione a fare da traino.
«Il pane è uno dei simboli dell'economia samughese e un elemento della nostra identità – ha spiegato Pinna – tramite alcune iniziative stiamo cercando di trasmettere ai giovani il valore della tradizione affinché un giorno siano loro a tramandarla».
La panificazione è una pratica molto diffusa in paese, dove non sono poche le famiglie che fanno ancora il pane in casa.
«Curando ogni dettaglio, come l'uso del cisto per pulire il forno, e facendo attenzione a tutti gli ingredienti: dalla farina al lievito madre, dall'acqua al sale. Ogni cosa incide sul sapore e sulla qualità e chi lo consuma si accorge della differenza», ha spiegato Elisabetta Mura, fra i 300 volontari impiegati nell’organizzazione.
Al forno, con lei, c'era anche la decana delle massaie, Luigia Milia, 86 anni. Tra un'infornata di pane tzichi e l'altra la donna ha raccontato il suo rapporto con questa arte culinaria.
«Ho imparato a fare il pane da piccola e l'ho insegnato ai figli. Ma all'epoca facevamo tutto già dalla fase del raccolto: aiutavamo a mietere il grano, a separare i chicchi dalle spighe e portavamo i sacchi al mulino per la molitura».
Scene di un tempo che fu. Ma i sapori e i profumi, quelli restano.
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