Alluvione del 2013, il pm: «Colpevole il progettista»

Inondazione a Tiria, chiesta invece l’assoluzione per il tecnico della Provincia Gli avvocati ribaltano le accuse: case allagate perché figlie di tanti abusi edilizi

PALMAS ARBOREA. Il pubblico ministero Daniela Caddeo chiede una condanna e un’assoluzione, ma stavolta è la difesa ad andare oltre. Gli avvocati hanno però ribaltando il quadro delle responsabilità sui danni causati dal ciclone Cleopatra il 18 novembre 2013, quando l’esondazione del Rio Zeddiani causò l’allagamento degli scantinati di alcune case della borgata di Tiria. Una sorta di rivoluzione copernicana in cui, quelle che un tempo erano le parti civili poi ritiratesi dopo che l’assicurazione ha pagato i danni, vengono chiamate in causa come se fossero responsabili di ciò che è accaduto. Tutto il collegio difensivo ha infatti spostato il mirino dai due imputati e l’ha puntato contro i proprietari delle case. Secondo i legali il vero problema sono gli abusi edilizi che sarebbero stati commessi per costruire in zona in cui non doveva essere consentito.

Sotto accusa ci sono però il tecnico della Provincia, l’ingegnere Marco Manai, e il libero professionista, l’ingegnere Antonio Dessì, progettista e direttore dei lavori. Conosceranno la loro sorte processuale l’11 marzo, data della prossima udienza fissata dalla giudice Federica Fulgheri. Intanto il pubblico ministero Daniela Caddeo ha svolto la sua requisitoria al termine della quale ha chiesto l’assoluzione per Marco Manai e la condanna a otto mesi per Antonio Dessì. Il primo non avrebbe responsabilità perché intervenne solo in una fase successiva nella pratica che portò alla costruzione della strada sul Rio Zeddiani a un passo dalle case della borgata di Tiria. Proprio il ponticello lì costruito e che sotto la sede stradale aveva un tubo che doveva canalizzare le acque sarebbe all’origine dell’inondazione. Secondo l’accusa sarebbe un’opera eseguita senza tenere conto dei problemi che avrebbero potuto causare fenomeni atmosferici come quelli del 18 novembre 2013: non avrebbe infatti retto la portata d’acqua di quel giorno. L’altezza del ponticello avrebbe poi fatto da diga e il rio avrebbe trovato uno sfogo nei seminterrati.

Gli avvocati difensori Massimo Ledda, Carlo Beato, Massimiliano Ravenna e Paolo Todde hanno contestato questa ricostruzione. Hanno affermato che non si è tenuto conto dell’eccezionalità dell’evento di quel pomeriggio, tanto è vero che le opere successive fatte per contenere eventuali allagamenti, non sono state sufficienti a bloccare il Rio Zeddiani che anche nel 2018 ha allagato vari scantinati in seguito a un banale temporale. Ma è soprattutto sul punto in cui si trovano le costruzioni che la difesa ha più volte battuto: si trovano all’interno della fascia di dieci metri dalla sponda del fiumiciattolo, quindi in una zona in cui non si sarebbe dovuto costruire. Misteriosamente però tutti i proprietari hanno avuto in anni passati i permessi. Ultimo, ma non certo secondario aspetto, è che l’opera di canalizzazione del Rio Zeddiani è figlia di un progetto di fine anni ’80 che ha visto il completamento solo nei primi anni 2000. La differenza è che trent’anni fa in quella zona non c’era una casa, per cui l’acqua avrebbe potuto allagare solamente i campi.

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