«Il destino di mia moglie è stato deciso a Cagliari»
di Michela Cuccu
Oncoematologia chiusa, parla il marito della donna costretta a curarsi a Nuoro «Trasferte massacranti, non ce la fa più. Così le viene negato il diritto di vivere»
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ORISTANO. «Sono il marito della signora malata di mieloma multiplo alla quale vogliono negare il diritto a vivere. Le “redini” della sanità sarda a Cagliari hanno così deciso». Fanno male e sono amarissime, com’è giusto che sia, le parole contenute nella lunga lettera inviata ai giornali dal marito della donna che, obbligata ad andare all’ospedale di Nuoro, ha scelto di rinunciare alla chemioterapia, rivelando così il dramma di tanti pazienti oncologici dell’Oristanese che devono affrontare lunghi viaggi per ottenere le terapie salvavita – i cosiddetti farmaci innovativi – che il reparto del San Martino, che esiste da undici anni, non è autorizzato a prescrivere a somministrare.
Uno scandalo se si considera che garantisce più di tremila prestazioni all’anno, con 350 pazienti fissi. Dopo la denuncia di Adiconsum e delle associazioni dei malati adesso è il marito della signora che racconta una storia che fa indignare. «La salvezza consisteva nell’eseguire i primi trattamenti all’ospedale San Francesco di Nuoro, centro abilitato a prescrivere un farmaco di ultima generazione che le avrebbe consentito di continuare a vivere per più tempo», si legge nella lettera che descrive un vero calvario: «Mia moglie aveva iniziato a Nuoro per qualche mese, con la rassicurante prospettiva di poter poi proseguire a Oristano e aveva costatato con gioia il considerevole miglioramento avuto con quella terapia. Dovevamo alzarci alle quattro del mattino, viaggiare in macchina per essere lì fra le sette e le otto. Dopo gli esami del sangue iniziava la somministrazione in vena, con una flebo per cinque o sei ore. Le portavo un cappuccino e un tramezzino perché non c’era la mensa». Giornate durissime per una donna di 77 anni con diverse patologie: «Molti anni fa è stata operata a cuore aperto, ha uno scompenso cardiaco, e questa malattia le ha causato la frattura spontanea di una vertebra con uso del busto. Poi ha avuto un’epistassi durata dodici ore, e ancora un tremendo linfoma e, per due volte, la broncopolmonite», scrive il marito. «Terminata la seduta di chemio aveva capogiri, non si reggeva in piedi e dovevo sorreggerla per arrivare alla macchina. Alle 18 arrivava a casa esausta. Rimaneva solo il problema di dover ingurgitare la consueta dose giornaliera di una decina e più farmaci, senza però poter osservare il giusto intervallo tra un farmaco e l’altro. Era massacrante».
Le speranze cadono quando arriva il divieto di curarsi a Oristano: «Mia moglie è psicologicamente provata, dice che vorrebbe andare a Nuoro, ma non può. Lei considera i danni della trasferta maggiori dei vantaggi. Ora sono tre mesi che le hanno impedito questa cura e il medico dice che c’è da aspettarsi la progressione della malattia. Non ce la fa più».
La possibilità di sbloccare la soluzione, che probabilmente arriverà dalla magistratura, dato che la coppia, attraverso un legale, ha chiesto un intervento d’urgenza per obbligare il San Martino a somministrare comunque le cure, sembra allontanarsi dopo che dalla direzione generale dell’assessorato alla Sanità è stato ribadito che il San Martino non ha autorizzazioni. I sindacati dei medici sono sul piede di guerra: «È una situazione che tutti conoscevamo, la Regione intervenga subito – dicono Giampiero Sulis, segretario del Cimo e Luigi Curreli dell’Anao –. La sanità pubblica nell’Oristanese è allo stremo e il caso dell’Oncoematologia è solo la punta di un iceberg».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Uno scandalo se si considera che garantisce più di tremila prestazioni all’anno, con 350 pazienti fissi. Dopo la denuncia di Adiconsum e delle associazioni dei malati adesso è il marito della signora che racconta una storia che fa indignare. «La salvezza consisteva nell’eseguire i primi trattamenti all’ospedale San Francesco di Nuoro, centro abilitato a prescrivere un farmaco di ultima generazione che le avrebbe consentito di continuare a vivere per più tempo», si legge nella lettera che descrive un vero calvario: «Mia moglie aveva iniziato a Nuoro per qualche mese, con la rassicurante prospettiva di poter poi proseguire a Oristano e aveva costatato con gioia il considerevole miglioramento avuto con quella terapia. Dovevamo alzarci alle quattro del mattino, viaggiare in macchina per essere lì fra le sette e le otto. Dopo gli esami del sangue iniziava la somministrazione in vena, con una flebo per cinque o sei ore. Le portavo un cappuccino e un tramezzino perché non c’era la mensa». Giornate durissime per una donna di 77 anni con diverse patologie: «Molti anni fa è stata operata a cuore aperto, ha uno scompenso cardiaco, e questa malattia le ha causato la frattura spontanea di una vertebra con uso del busto. Poi ha avuto un’epistassi durata dodici ore, e ancora un tremendo linfoma e, per due volte, la broncopolmonite», scrive il marito. «Terminata la seduta di chemio aveva capogiri, non si reggeva in piedi e dovevo sorreggerla per arrivare alla macchina. Alle 18 arrivava a casa esausta. Rimaneva solo il problema di dover ingurgitare la consueta dose giornaliera di una decina e più farmaci, senza però poter osservare il giusto intervallo tra un farmaco e l’altro. Era massacrante».
Le speranze cadono quando arriva il divieto di curarsi a Oristano: «Mia moglie è psicologicamente provata, dice che vorrebbe andare a Nuoro, ma non può. Lei considera i danni della trasferta maggiori dei vantaggi. Ora sono tre mesi che le hanno impedito questa cura e il medico dice che c’è da aspettarsi la progressione della malattia. Non ce la fa più».
La possibilità di sbloccare la soluzione, che probabilmente arriverà dalla magistratura, dato che la coppia, attraverso un legale, ha chiesto un intervento d’urgenza per obbligare il San Martino a somministrare comunque le cure, sembra allontanarsi dopo che dalla direzione generale dell’assessorato alla Sanità è stato ribadito che il San Martino non ha autorizzazioni. I sindacati dei medici sono sul piede di guerra: «È una situazione che tutti conoscevamo, la Regione intervenga subito – dicono Giampiero Sulis, segretario del Cimo e Luigi Curreli dell’Anao –. La sanità pubblica nell’Oristanese è allo stremo e il caso dell’Oncoematologia è solo la punta di un iceberg».
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