Denunciati tombaroli tecnologici

Profili internet, metal detector e chat per un traffico di oltre 1.200 reperti scoperto dai carabinieri

URAS. I tombaroli del nuovo millennio sono differenti. La tecnologia aiuta anche loro, ma allo stesso tempo li tradisce. Abbandonati i canali tradizionali, i trafficanti di reperti archeologici scoprono il vasto mondo di internet, dei siti per la vendita di merce on line e dei social network per piazzare i loro pezzi con millenni di storia alle spalle. Scoprono però anche che in quel mare magnum è facile finire nella rete, non quella di internet stavolta, ma quella dei carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio coordinati dal maggiore Paolo Montorsi, coadiuvati da tutti i militari del comando provincia di Oristano alla guida del colonnello Domenico Cristaldi, il tutto sotto la guida della procura.

La pesca porta alla denuncia di cinque persone per ricettazione, ricerche archeologiche clandestine e impossessamento di beni culturali per i quali esiste una tutela speciale. Per uno degli indagati, Mirco Melis (difeso dall’avvocato Samantha Baglieri), 47 anni di Terralba con domicilio a Uras nella sua azienda agricola nella località Sarrideli, è scattato l’arresto tramutato poi in obbligo di dimora al termine dell’interrogatorio di garanzia che si è tenuto di fronte alla giudice per le indagini preliminari Silvia Palmas nei giorni scorsi. Il motivo della custodia cautelare è legato al fatto che avesse con sé quattro fucili e una pistola, oltre a una serie di munizioni. Nessuna matricola abrasa, ma le armi – due sono probabilmente pezzi da collezione visto che, per quanto funzionanti, risalgono alla prima guerra mondiale – non avrebbero dovuto trovarsi nella sua casa perché non denunciate. Il resto della banda, non un’associazione a delinquere, ma un gruppetto con la stessa passione illecita, risiede in provincia e in provincia compiva le sue spedizioni predatorie: uno degli altri denunciati è di Oristano, uno di Marrubiu, due sono di Terralba ed è stato proprio da un annuncio fatto a Terralba tramite profili fasulli il primo su cui si sono concentrate le indagini che hanno portato al recupero di oltre 1.200 reperti archeologici.

È su siti internet e social network che i carabinieri puntano allora gli occhi nel momento in cui si accorgono che ci sono in vendita molti reperti. Capiscono che si tratta di un commercio ben avviato e infatti, nel momento in cui procedono con le perquisizioni, spuntano fuori circa ottocento monete di età punica o romana repubblicana e imperiale, anellini, fibbie, altri oggetti del tempo che fu e persino un bronzetto nuragico, pezzo pregiato di una collezione che ora gli esperti della Sovrintendenza dovranno catalogare dandole anche un valore. Una moneta in bronzo in buono stato di conservazione si può piazzare anche a 200 euro nel mercato dei collezionisti, per cui il conto è presto fatto.

Il resto lo raccontano le chat con cui i cinque si scambiavano i messaggi o le mappe di alcuni dei siti da esplorare coi metal detector per avere, seduta stante, la segnalazione della presenza di oggetti metallici. Esclusa la zona di Cabras, tutto il resto della provincia è stato battuto palmo a palmo: da Paulilatino al Terralbese, dall’Alto Oristanese alla Marmilla, dove ci si muoveva anche in mountain bike per sembrare escursionisti della domenica e non tombaroli.

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