La Nuova Sardegna

Oristano

Cig alla Madonna del Rimedio

di Michela Cuccu
Cig alla Madonna del Rimedio

Cassa integrazione decisa per il brusco calo delle prestazioni. L’ospedale non fa parte della rete Covid

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ORISTANO. Mentre nel resto d'Italia gli ospedali sono al massimo dell’operatività e chiedono più personale per far fronte all'emergenza, la clinica privata Madonna del Rimedio decide di ridurre del 75 per cento l’orario di lavoro del personale e di collocarlo per due mesi in cassa integrazione. La causa? Sempre il virus, che ha “tagliato fuori” la struttura da quelle operative. La casa di cura denuncia infatti un netto calo delle attività, soprattutto le specialistiche, come ricoveri, day hospital, interventi chirurgici, attività ambulatoriali. Secondo il prospetto presentato all’Inps e inviato anche ai sindacati, l’utilizzo dei lavoratori si è ridotto al 25 per cento. Da qui la richiesta di attingere al Fondo di integrazione salariale. Il Decreto Cura Italia, dispone stanziamenti massicci per le aziende in crisi temporanea.

La casa di cura, privata come la proprietà (al 70 per cento della famiglia Floris di Cagliari, la restante, dei Serra di Oristano) , ha presentato all’Inps la richiesta di integrazione salariale. per nove settimane.

Si impegna però di pagare per intero gli stipendi, anticipando le somme ai lavoratori in attesa del rimborso dell’Istituto. La "Madonna del Rimedio", fondata nel 1965 dalla famiglia Serra, è l'unica casa di cura privata dell'Oristanese e opera in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale. La Regione non ha inserito la struttura nel piano di emergenza Covid-19 che invece, ha riguardato altre strutture private isolane che in questo particolare periodo, sono di supporto agli ospedali pubblici, cosa praticamente impossibile, almeno per ora, a Oristano.

Il San Martino, infatti, non è stato incluso nella rete di strutture ospedaliere di riferimento per la cura e il ricovero dei pazienti positivi al Covid-19 e anche il nuovo reparto allestito nella ex Pediatria, almeno per il momento, può solo funzione per ricoveri temporanei dei casi che presentano sintomi sospetti, in attesa dei risultati delle analisi. I sindacati sono stati colti di sorpresa da una decisione certo non facile da parte della proprietà della clinica che si è limitata ad inviare una semplice comunicazione. «Sicuramente è una procedura consentita dai decreti emessi per l'emergenza – dice Simone Spahiu, segretario provinciale della Cgil-funzione pubblica – in altri tempi, prima di arrivare a questo, ci sarebbe stato un confronto con le rappresentanze sindacali». Il segretario della Cgil si dice «allibito per la poca chiarezza della proprietà». Spiega: «Dalle tabelle allegate al documento, verrebbe il sospetto che la clinica punti a scaricare gli effetti del mancato guadagno interamente sulla fiscalità collettiva. La clinica lavora in convenzione, si regge interamente sui fondi della Sanità pubblica. Diverso sarebbe se ci trovassimo di fronte ad una realtà imprenditoriale che non usufruisce dell’intervento pubblico. Anche per questo vorremmo vederci chiaro, tenuta ferma la necessità di tutelare tutti i lavoratori». Proprio per questo dalla Cgil è stata inviata alla proprietà la richiesta di un incontro per un esame congiunto del piano stilato per il ricorso agli ammortizzatori sociali. La risposta però non è ancora arrivata. «Noi aspetteremo ancora per qualche giorno, poi valuteremo la possibilità di altri interventi. È un momento delicato – conclude Spahiu – il compito dei sindacati è vigilare».

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