Pescatori a terra e senza soldi

Grido d’allarme dai compendi ittici di tutta la provincia: decine di famiglie ormai sul lastrico

ORISTANO. «Se non moriamo di coronavirus moriamo di fame». Il grido di dolore arriva da Giuliano Cossu, presidente del Consorzio Mare ’e Pontis di Cabras. Un allarme che mette in evidenza la situazione di gravissima crisi in cui versa il comparto della pesca cabrarese, praticamente ferma da quando è stato dichiarato lo stato di emergenza sanitaria a causa del covid-19, che ha lasciato i pescatori senza reddito.

«Finora dei tanto sbandierati aiuti promessi dal governo nazionale e da quello regionale non è arrivato un solo euro e noi non sappiamo più come andare avanti – dice il presidente –. E intanto che aspettiamo quei sussidi, le bollette continuano ad arrivare e le spese di gestione si accumulano». I pescatori lamentano anche il mancato arrivo degli indennizzi promessi precedentemente dalla Regione per i danni causati dai cormorani e dai pescatori abusivi. «Il pagamento dell’indennizzo avrebbe significato una boccata d’ossigeno per i circa 170 soci del consorzio – dice il presidente –, ma di quei soldi non c’è traccia all’orizzonte».

Se la situazione dei pescatori cabraresi è al collasso, quella dei loro colleghi di tutta la provincia, da S’ena arrubia dove opera la cooperativa Sant’Andrea che ha sede a Marrubiu, a Marceddì e Bosa non è migliore. Dal 1° marzo è aperta la pesca all’aragosta, ma il prodotto rischia di rimanere invenduto a causa del crollo del mercato. Stesso discorso per il pescato in mare, la cui vendita è calata di oltre il 50%. «Le persone hanno paura del contagio, quindi non esce di casa – dice Mauro Steri, responsabile del comparto ittico di Legacoop –. E i pochi che frequentano i punti vendita nei centri commerciali preferiscono acquistare il prodotto surgelato».

Claudio Atzori, presidente di Legacoop Sardegna, nei giorni scorsi ha chiesto l’apertura urgente di un tavolo regionale per concordare gli interventi da mettere in campo a sostegno delle imprese sarde. La richiesta però è rimasta lettera morta. «L’attività di pesca dev’essere esercitata in totale sicurezza – spiega Mauro Steri –, condizione non semplice da attuare, soprattutto sulle piccole imbarcazioni».

I dispositivi di protezione, come le mascherine, che si possono bagnare facilmente, non risolvono il problema della sicurezza. Inoltre, tenere il distanziamento sociale a bordo delle imbarcazioni è praticamente impossibile. «Nel decreto Salva Italia, per il comparto pesca, a livello nazionale, ci sono 100 milioni – prosegue Steri –. Di quei soldi, finora, non è arrivato neppure un centesimo».

Al decreto, che deve ancora essere convertito in legge, devono seguire le norme applicative. E con i tempi della burocrazia, prima che i soldi arrivino nelle tasche dei pescatori, passerà ancora tempo. La cassa integrazione, infine, erogabile per cinque giorni alla settimana per un massimo di nove settimane, prevede 20 euro al giorno. Ma anche di quel sussidio, per il momento, non si vede. «Se non moriamo di coronavirus moriamo di fame», ripete Giuliano Cossu.

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