Infermieri, rincara la quota per l’albo
Aumentata del 33 per cento, «a differenza di altre province, con meno servizi»
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GHILARZA. La quota associativa stabilita dall'ordine professionale della provincia per il 2020 sta suscitando lo sdegno degli operatori sanitari di presidi ospedalieri e servizi territoriali, che contestano duramente l'ultimo aumento.
Il vento della protesta spira da un versante all'altro dell' Oristanese, dove è palpabile il malcontento per un rincaro ritenuto eccessivo e immotivato.
L'importo dovuto è stato maggiorato del 33 per cento, scatto che si tradurrà in un esborso complessivo di 100 euro. Ma a indisporre gli operatori sanitari è anche il netto divario con le quote fissate dagli altri ordini provinciali e di molte parti d'Italia.
Inoltre, a rendere indigesta la "manovrina" varata dal consiglio direttivo alla fine del 2019, è la percezione di un rapporto negativo tra i costi sostenuti dagli iscritti e i servizi corrisposti dall'Ordine. Molti esponenti della categoria lo giudicano un salasso senza adeguata contropartita. «È inammissibile che si debba pagare tanto in cambio di prestazioni inesistenti», si sfoga un'infermiera in servizio a Ghilarza, che rincara come «non si capisce come mai nel resto dell'isola si paghi molto meno a fronte di compiti e funzioni identici». Da più parti è stato citato l'esempio di Nuoro, dove si paga esattamente la metà. «Non solo», puntualizza un operatore impiegato in una struttura di Oristano. «Nei 50 euro dovuti a quell'ordine provinciale è inclusa la posta certificata, mentre noi la dobbiamo pagare a parte. E chi è sprovvisto di pec non riceve gli avvisi sui corsi di aggiornamento e non può né iscriversi né partecipare».
Secondo numerosi iscritti le ragioni addotte dal collegio oristanese per giustificare l'aumento da 75 a 100 euro sono prive di fondamento. Più d'uno, tra i contestatari, ha inarcato le sopracciglia leggendo degli aumenti di spesa segnalati dall'Opi per le consulenze, la cancelleria, l'attività di rappresentanza e la formazione dei membri del direttivo.
«Molti di noi si pagano i corsi di aggiornamento o li seguono su piattaforme on line, non vedo perché non possano farlo anche loro anziché caricare la spesa sugli iscritti, inoltre potrebbe essere tagliato o ridotto più di un costo» commenta un'altra infermiera. La richiesta avanzata dal fronte della protesta è di riportare la tassa d'iscrizione a cifre più ragionevoli.
Per molti è anche una questione di principio. «Non è giusto pretendere tanto per servizi e tutele che non riceviamo – affermano – perché non ci pare che l'ordine professionale riservi alla categoria l'attenzione che merita».
Maria Antonietta Cossu
Il vento della protesta spira da un versante all'altro dell' Oristanese, dove è palpabile il malcontento per un rincaro ritenuto eccessivo e immotivato.
L'importo dovuto è stato maggiorato del 33 per cento, scatto che si tradurrà in un esborso complessivo di 100 euro. Ma a indisporre gli operatori sanitari è anche il netto divario con le quote fissate dagli altri ordini provinciali e di molte parti d'Italia.
Inoltre, a rendere indigesta la "manovrina" varata dal consiglio direttivo alla fine del 2019, è la percezione di un rapporto negativo tra i costi sostenuti dagli iscritti e i servizi corrisposti dall'Ordine. Molti esponenti della categoria lo giudicano un salasso senza adeguata contropartita. «È inammissibile che si debba pagare tanto in cambio di prestazioni inesistenti», si sfoga un'infermiera in servizio a Ghilarza, che rincara come «non si capisce come mai nel resto dell'isola si paghi molto meno a fronte di compiti e funzioni identici». Da più parti è stato citato l'esempio di Nuoro, dove si paga esattamente la metà. «Non solo», puntualizza un operatore impiegato in una struttura di Oristano. «Nei 50 euro dovuti a quell'ordine provinciale è inclusa la posta certificata, mentre noi la dobbiamo pagare a parte. E chi è sprovvisto di pec non riceve gli avvisi sui corsi di aggiornamento e non può né iscriversi né partecipare».
Secondo numerosi iscritti le ragioni addotte dal collegio oristanese per giustificare l'aumento da 75 a 100 euro sono prive di fondamento. Più d'uno, tra i contestatari, ha inarcato le sopracciglia leggendo degli aumenti di spesa segnalati dall'Opi per le consulenze, la cancelleria, l'attività di rappresentanza e la formazione dei membri del direttivo.
«Molti di noi si pagano i corsi di aggiornamento o li seguono su piattaforme on line, non vedo perché non possano farlo anche loro anziché caricare la spesa sugli iscritti, inoltre potrebbe essere tagliato o ridotto più di un costo» commenta un'altra infermiera. La richiesta avanzata dal fronte della protesta è di riportare la tassa d'iscrizione a cifre più ragionevoli.
Per molti è anche una questione di principio. «Non è giusto pretendere tanto per servizi e tutele che non riceviamo – affermano – perché non ci pare che l'ordine professionale riservi alla categoria l'attenzione che merita».
Maria Antonietta Cossu
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