Oristano, Cimo: «Al pronto soccorso finiti guanti, camici e calzari»
Michela Cuccu
«Il personale costretto a comprarsi i dispositivi di protezione»
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ORISTANO. Siamo al giorno di chiusura numero sedici, ma non è certo questo l’unico problema del pronto soccorso dell’ospedale San Martino. L’agghiacciante report stilato dal sindacato Cimo si ritorna a parlare del personale: «Poco e costantemente esposto al rischio di essere contagiato dal Covid». Il segretario aziendale del Cimo, Giampiero Sulis, ritorna sulla situazione che senza mezzi termini definisce «grave», di un reparto fondamentale che negli ultimi sedici giorni ha funzionato giusto lo spazio di qualche ora, mentre per il resto è rimasto in funzione come vero e proprio reparto covid.
La situazione è però seria anche da un altro punto di vista perché non arrivano più nemmeno dispositivi indispensabili, con i medici costretti ad acquistare persino i guanti monouso e degli stivaloni di gomma che possono disinfettare con la varechina, dato che da tempo, sono finiti anche i calzari. «Mancano persino i camici e quelli che sono stati consegnati non sono impermeabili», denuncia Sulis. Un autentico paradosso, se si considera che sul pronto soccorso gravitano le emergenze dell’intera provincia. «Dal 20 ottobre ad oggi il reparto è praticamente chiuso ai pazienti non covid – riferisce Sulis – al suo interno sono ricoverati sedici pazienti, dei quali, solo otto possono godere di un letto mentre gli altri sono in barella».
Il medico spiega come tutti i dieci letti del reparto covid siano occupati fin dal primo giorno di apertura. È matematica «In quanto è palese che se hai 16-18 pazienti in pronto soccorso 10 posti sono assolutamente insufficienti – afferma – ma almeno per il reparto covid del San Martino si è riusciti a trovare il personale, mentre siamo in attesa di veder aperto il reparto covid dell’ospedale di Ghilarza che dovrebbe avere fino a quindici posti letto e sei medici». A Ghilarza però si rischia la paralisi ancor prima di aprire: non si sa infatti come reperiranno gli infermieri. «La determina che ne ha disposto l’apertura non include il reclutamento di personale infermieristico», riferisce il sindacalista. Nel frattempo al pronto soccorso del San Martino, con un organico ridotto all’osso di appena dieci medici, è sufficiente che uno di loro si ammali per far precipitare ulteriormente la situazione. «Fra pochi giorni in Pronto soccorso resteranno solo sette medici, anche perché i colleghi designati a rinforzare l’organico hanno delle limitazioni lavorative pregresse e note che riguardano proprio i pazienti covid e non possono lavorare, attualmente, nel reparto», spiega Sulis che anticipa possibili scenari da incubo che vedrebbero un solo medico in servizio per ogni turno, con un pericoloso aumento del rischio clinico.
Mancano infatti i percorsi per eventuali urgenze, perché i pazienti arrivano anche con i propri mezzi e devono essere comunque assistiti. Per far posto ai tanti pazienti covid, al pronto soccorso sono stati utilizzati tutti gli spazi disponibili, compresi quelli che non erano destinati ai ricoveri. A queste condizioni la situazione è a un passo dal collasso. «Non c’è è possibilità di avere spazi puliti e gli operatori sono costantemente esposti al possibile contatto con il virus, contravvenendo così alle disposizioni che indicano che il contatto con il paziente positivo e quindi con il virus deve essere limitato il più possibile per evitare il diffondersi della malattia», denuncia ancora. Ma non basta perché ancora non si vedono gli impianti di ricambio dell’aria, nemmeno qualche semplice ventola alle finestre per alleggerire il carico virale all’interno del reparto e ridurre le possibilità di contagio.
La situazione è però seria anche da un altro punto di vista perché non arrivano più nemmeno dispositivi indispensabili, con i medici costretti ad acquistare persino i guanti monouso e degli stivaloni di gomma che possono disinfettare con la varechina, dato che da tempo, sono finiti anche i calzari. «Mancano persino i camici e quelli che sono stati consegnati non sono impermeabili», denuncia Sulis. Un autentico paradosso, se si considera che sul pronto soccorso gravitano le emergenze dell’intera provincia. «Dal 20 ottobre ad oggi il reparto è praticamente chiuso ai pazienti non covid – riferisce Sulis – al suo interno sono ricoverati sedici pazienti, dei quali, solo otto possono godere di un letto mentre gli altri sono in barella».
Il medico spiega come tutti i dieci letti del reparto covid siano occupati fin dal primo giorno di apertura. È matematica «In quanto è palese che se hai 16-18 pazienti in pronto soccorso 10 posti sono assolutamente insufficienti – afferma – ma almeno per il reparto covid del San Martino si è riusciti a trovare il personale, mentre siamo in attesa di veder aperto il reparto covid dell’ospedale di Ghilarza che dovrebbe avere fino a quindici posti letto e sei medici». A Ghilarza però si rischia la paralisi ancor prima di aprire: non si sa infatti come reperiranno gli infermieri. «La determina che ne ha disposto l’apertura non include il reclutamento di personale infermieristico», riferisce il sindacalista. Nel frattempo al pronto soccorso del San Martino, con un organico ridotto all’osso di appena dieci medici, è sufficiente che uno di loro si ammali per far precipitare ulteriormente la situazione. «Fra pochi giorni in Pronto soccorso resteranno solo sette medici, anche perché i colleghi designati a rinforzare l’organico hanno delle limitazioni lavorative pregresse e note che riguardano proprio i pazienti covid e non possono lavorare, attualmente, nel reparto», spiega Sulis che anticipa possibili scenari da incubo che vedrebbero un solo medico in servizio per ogni turno, con un pericoloso aumento del rischio clinico.
Mancano infatti i percorsi per eventuali urgenze, perché i pazienti arrivano anche con i propri mezzi e devono essere comunque assistiti. Per far posto ai tanti pazienti covid, al pronto soccorso sono stati utilizzati tutti gli spazi disponibili, compresi quelli che non erano destinati ai ricoveri. A queste condizioni la situazione è a un passo dal collasso. «Non c’è è possibilità di avere spazi puliti e gli operatori sono costantemente esposti al possibile contatto con il virus, contravvenendo così alle disposizioni che indicano che il contatto con il paziente positivo e quindi con il virus deve essere limitato il più possibile per evitare il diffondersi della malattia», denuncia ancora. Ma non basta perché ancora non si vedono gli impianti di ricambio dell’aria, nemmeno qualche semplice ventola alle finestre per alleggerire il carico virale all’interno del reparto e ridurre le possibilità di contagio.
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