«È stata colpa della droga, chiedo scusa»

Christian Fodde in aula davanti alla madre di Manuel Careddu: «Ho fatto una cosa orribile». Lei: «Non perdonerò nessuno»

INVIATO A CAGLIARI. È la prima volta che parla in aula. Christian Fodde, il 23enne di Ghilarza che con la piccozza e la pala uccide Manuel Careddu, per due minuti e mezzo ha il microfono davanti a sé e la Corte d’assise d’appello presieduta dal giudice Massimo Costantino Poddighe poco più in là: «Ho iniziato ad assumere droga, prima marijuana poi ketamina. Non sto cercando scuse, era così. Anche prima di fare l’omicidio. Quel giorno non so cosa mi sia preso, in quel giorno non mi riconosco. L’ho fatto, non mi sono mai nascosto e non per balentìa, ma perché avevo realizzato che avevo fatto una cosa orribile».

Poi arriva il momento cruciale, perché in aula c’è ancora una volta Fabiola Balardi, la madre del diciottenne Manuel ucciso in un terreno sulle sponde del lago Omodeo l’11 settembre del 2018. In fondo, è a lei e a tutti gli altri parenti del ragazzo che si rivolge – il padre Corrado non era presente in aula –. È la prima volta che lo fa dal giorno dell’omicidio: «Non posso fare altro che chiedere scusa alla famiglia per aver causato questo dolore nella loro vita. Mi dispiace, chiedo immensamente scusa».

Passeranno quattro ore da quel momento, tutto il tempo che ci vorrà agli avvocati difensori Aurelio Schintu, Antonello Spada e Angelo Merlini per esporre le loro arringhe, poi Fabiola Balardi esce dall’aula: «Ha chiesto scusa. Scusa, non perdono. Anche le parole hanno un significato ben preciso e scusa e perdono non vogliono dire la stessa cosa né hanno lo stesso peso. In ogni caso per me sono parole vuote, non fanno altro che aumentare il mio desiderio di vederli in carcere per sempre. Non perdono nessuno di loro. Non li perdono oggi, non li perdonerò mai. Nè i cinque che me l’hanno ucciso né il sesto che li ha aiutati a nascondere il corpo e di cui ci si dimentica un po’ troppo spesso».

Prima di parlare Fabiola Balardi aveva già ascoltato le dichiarazioni spontanee anche di Matteo Satta – il terzo imputato, Riccardo Carta, aveva già parlato alla Corte nella prima udienza –. È il ragazzo che mantenne con sé i telefonini, non partecipando in prima persona al delitto e non recandosi al lago. Gli si contesta di aver comunque avuto un ruolo decisivo nel custodire i telefoni degli amici in modo da creare loro un alibi. E in aula così dice: «Era impossibile per me credere che sarebbe finita così. Non ci ho mai creduto, era impossibile, una cosa assurda. Da quel giorno io sono entrato in un incubo da cui non potrò uscire. Stavo guardando nel futuro, stavo cercando un lavoro, speravo di fare qualcosa che mi piacesse. Ora mi ritrovo in un posto in cui mai avrei pensato di ritrovarmi». Quel posto è il carcere e lunedì prossimo i tre imputati maggiorenni all’epoca del delitto – i due minorenni stanno già scontando la condanna definitiva – sapranno quanto a lungo dovranno restarci.

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