«Non ci fu premeditazione, le pene sono da modificare»

CAGLIARI. Un’ora o poco meno per ciascuna. Tanto durano le arringhe della difesa che provano, se non a smontare del tutto, almeno a proporre una versione dei fatti non interamente rispondente alla...

CAGLIARI. Un’ora o poco meno per ciascuna. Tanto durano le arringhe della difesa che provano, se non a smontare del tutto, almeno a proporre una versione dei fatti non interamente rispondente alla ricostruzione fatta dalla procura generale nella prima udienza del processo d’appello. Terminate le dichiarazioni spontanee di due dei tre imputati, il primo a prendere la parola è l’avvocato Aurelio Schintu, difensore di Christian Fodde. Alla Corte ripropone la questione delle menti annebbiate dalla droga, ma soprattutto si sofferma su un punto che potrebbe essere decisivo per la conferma o meno dell’ergastolo, partendo dal presupposto che Christian Fodde ha ammesso da tempo di essere l’autore materiale dell’omicidio. Del resto una valanga di intercettazioni ambientali aveva già dato la conferma di tutto alla procura e ai carabinieri, ma su un punto l’avvocato dissente ed è quello della premeditazione. Per la difesa, non ci sarebbe stato alcun piano prestabilito e tutto sarebbe frutto di un’azione decisa all’ultimo momento.

Ovviamente se cadesse la premeditazione del delitto, il calcolo della pena andrebbe rivisto e l’ergastolo verrebbe cancellato per una pena di trent’anni, che è quella che rischia Riccardo Carta. Il suo avvocato difensore Angelo Merlini ha riproposto vari argomenti già evidenziati in primo grado. Anche in appello si sofferma sul fatto che il ragazzo avesse sempre gli strumenti da lavoro con sé, per cui la presenza della pala non è da collegarsi alla volontà prestabilita di uccidere Manuel Careddu, volontà che solo Fodde avrebbe avuto e che poi trasformò in azione con un gesto che per gli altri ragazzi era impensabile. La difesa ha poi chiarito che il terreno nel quale avviene il delitto non era nella disponibilità di Riccardo Carta, bensì era un terreno che veniva usato come poligono di tiro dalle forze armate.

Diverso ancora il discorso per Matteo Satta. Al lago non è presente e questa una certezza. L’avvocato difensore Antonello Spada ha quindi insistito ribadendo che quanto affermato nelle dichiarazioni spontanee dal suo assistito corrisponde a verità e cioè che mai avrebbe creduto che potessero uccidere Manuel. Le intercettazioni e persino le confessioni degli altri quattro, secondo il legale, confermerebbero che Satta non partecipa alle fasi in cui viene pianificato il delitto. Se ne sta in disparte e gioca col telefonino, si rifiuta poi di salire con gli altri in macchina, segnale che aveva comunque deciso di non essere presente. E gli altri, senza preoccuparsi troppo di lui, gli lasciano tutti i telefoni e vanno al lago. (e.carta)

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