Gli stendardi della guerra lontana

Il Museo Diocesano riapre i battenti con la mostra che ricorda un episodio della Guerra dei Trent’anni

ORISTANO. In un luogo di pace, gli occhi sono tutti per un bottino di guerra. Non una guerra qualsiasi, ma quella dei Trent’anni che nella prima metà del ’600 coinvolse l’Europa intera. Una parentesi, breve ma non per questo meno violenta, si svolse anche in Sardegna. Tra il 21 e il 26 febbraio lo scontro tra Francia e Spagna ebbe come teatro Oristano, nella battaglia del Tirso, poco conosciuta, ignorata pressoché interamente dai libri di storia. Scarsamente considerata rispetto ad altri momenti di scontro tra gli eserciti che insanguinarono l’Europa in quegli anni, fu comunque una pagina fondamentale per la storia dell’isola e della città su cui i giudici di Arborea avevano smesso di regnare da un po’.

È proprio da quei giorni che provengono i quattro stendardi che campeggiano da ieri nelle sale del Museo Diocesano Arborense che, dopo tre mesi di chiusura, ha riaperto le sue porte ai visitatori. Il ritorno è con la mostra “Oristano al centro dell’Europa. L’attacco francese del 1638che, assieme ad altri oggetti d’arte provenienti da alcune chiese cittadine, ha nei quattro stendardi il pezzo forte dell’esposizione che sarà aperta il martedì dalle 10 alle 13, il mercoledì e il giovedì dalle 17 alle 20, il venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20 ed eccezionalmente anche lunedì prossimo dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. Per tutto febbraio l’ingresso sarà gratuito, per chi non farà in tempo, ci sarà la possibilità di visitarla sino al 31 marzo.

Di quegli stendardi si sa tanto, ma non tutto, soprattutto non si conosce il motivo per cui il suo proprietario li portò con sé sino in Sardegna. Appartenevano infatti ad Enrico di Lorena, conte di Harcourt, cadetto di una delle casate più importanti della Francia di allora. Quel 21 febbraio del 1637 era al comando di una squadra della flotta francese che il cardinale Richelieu aveva voluto rinforzare, spostando dall’Atlantico al Mediterraneo numerose navi in previsione di uno scontro sui mari contro la flotta spagnola.

I francesi, probabilmente a secco di approvvigionamenti, si affacciarono di fronte alle coste oristanesi. Quando le navi entrarono nel Golfo, la città era stata già abbandonata dai suoi abitanti e persino l’arcivescovo aveva deciso di riparare verso la vicina basilica di Santa Giusta.

Le cannonate centrarono prima la torre costiera di Torregrande, poi un’avanguardia, seguita dal grosso delle truppe composta da poco meno di ottomila uomini, risalì il Tirso sino a Oristano che venne saccheggiata. Dopo alcuni giorni il viceré spagnolo, inizialmente colto di sorpresa da quell’assalto, riuscì a organizzare il contrattacco con un esercito di duemila fanti e quattromila cavalieri. Il 26 febbraio riuscì l’imboscata proprio sulle sponde del fiume, per quella che divenne da quel giorno la battaglia del Tirso che contò 700 morti e 36 prigionieri tra i francesi.

Guerra voleva dire anche razzia e infatti gli spagnoli, che allora regnavano sull’isola, fecero bottino a loro volta. A Oristano portarono i quattro stendardi del duca di Harcourt che da quattro secoli sono conservati e appesi nella Cattedrale. Oggi la principale chiesa della città è in restauro ed è stato necessario salvaguardarli e toglierli dalla loro collocazione abituale. Tutto il resto della storia su di essi, la si può imparare nelle sale del Museo Diocesano, dove l’allestimento della mostra è opera della direttrice Silvia Oppo, della professoressa Alessandra Pasolini e degli storici Paolo Cau e Sara Mocci. L’arcivescovo Roberto Carboni ha salutato il momento: «È un segno di vita. Il museo è un luogo dello spirito, di riflessione e di bellezza e in questi tempi c’è bisogno di ricordarsi che abbiamo bisogno della dimensione dello spirito».

WsStaticBoxes WsStaticBoxes