Statua restaurata, assolto in appello il parroco

Marrubiu, don Antonello Cattide era accusato di aver agito senza il permesso della Soprintendenza

MARRUBIU. Le vie del Signore sono infinite, quelle della giustizia terrena certamente no, anche se a volte seguono strade alquanto contorte. Dopo la condanna in primo grado, don Antonello Cattide, ex parroco di Marrubiu ottiene quell’assoluzione che da sempre reclamava per sé. Era finito in mezzo a un guaio giudiziario diversi anni fa, quando aveva deciso di restaurare una statuetta lignea raffigurante la Vergine e non certo a caso denominata Madonna del Rimedio o Madonna di Zuradili. La statua si trovava proprio nella chiesa della Madonna di Monserrato amministrata da Don Cattide che, vedendone le cattive condizioni, aveva deciso di chiedere aiuto a un architetto affinché provvedesse al restauro.

I problemi nacquero quando ci si accorse che quella statua era da considerarsi un bene di pregio culturale e del resto la sua datazione e il fatto che si trovasse all’interno dell’edificio di culto avrebbero dovuto far intuire che ciò era alquanto probabile. La buona fede però tradì il sacerdote che capì a cose fatte che quello era un bene sotto tutela della Soprintendenza ai beni culturali e che qualsiasi intervento sarebbe dovuto essere preceduto da un’autorizzazione, cosa che in questo caso non avvenne.

Scattò quindi la denuncia a cui fece seguito il successivo processo che non vide coinvolto l’architetto autore del restauro perché scelse di patteggiare. Don Antonello Cattide era invece determinato a dimostrare la sua innocenza, ma ottenne una condanna a quattro mesi da parte del giudice monocratico del tribunale di Oristano. Non si diede però per vinto e, una volta conosciute le motivazioni del pronunciamento del tribunale, scelse di fare appello. Nuovo tribunale, quello di Cagliari, nuovo giudice e anche esito diverso. Sebbene la procura generale avesse chiesto la conferma della condanna di primo grado, la sentenza ha dato ragione all’ex parroco di Marrubiu, il cui avvocato difensore, Gianfranco Siuni, ha portato all’attenzione dei giudici diversi aspetti. In particolare si è battuto sostenendo che il sacerdote avesse avuto una condotta assolutamente trasparente e a dimostrarlo c’era il contratto firmato con l’architetto in quanto committente dei lavori. Semmai sarebbe dovuto essere quest’ultimo, che ben conosceva la procedura, a renderne partecipe anche. Infine, nessun danno fu poi arrecato alla chiesa che, anzi, ottenne un bene perfettamente restaurato. Ecco che è arrivata l’assoluzione a cancellare la condanna. (e.carta)

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